I GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR traggono il loro nome da un documentario giapponese – dal titolo God Speed You! Black Emperor – del 1976 sui Black Emperors, una biker gang giapponese. Quando si racconta, però, di un loro live viene spontanea un’altra associazione, che è quella con il termine “godspeed” che in inglese viene tradizionalmente usato per augurare alle persone buona fortuna, soprattutto quando si parte per un lungo viaggio, e che ancora  adesso si usa durante i lanci dei veicoli della NASA nello spazio.

Ed è come se nel loro nome ci fosse già il presagio di quello che poi potrai trovare in un loro concerto: come se il messaggio subliminale fosse “Mettiti comodo e goditi il viaggio”.

Questo ciò che arriva dal palco, quando l’Atlantico di Roma ospita la performance del gruppo post-rock canadese, tornato ufficialmente sulla scena nel 2010 dopo 7 anni di pausa. Nel marzo di quest’anno il nuovo album Asunder, Sweet And Other Distress e da lì il tour, che fa tappa a Roma, appunto, il 15 novembre.

Il concerto inizia con violino e contrabbasso sul palco – Thierry Amar  (basso, contrabbasso) e Sophie Trudeau (violino, effetti) – che sembrano quasi apparire dal nulla e che attirano su di loro lo sguardo dei numerosi presenti con un sound appena percepibile, delicato, ma allo stesso tempo corposo e denso.

Mano a mano arrivano sul palco tutti i componenti – David Bryant (chitarra, effetti), Aidan Girt  (batteria), Timothy Herzog  (batteria, effetti), Efrim Menuck (chitarra), Mike Moya (chitarra) e Mauro Pezzente (basso) – e il suono diventa sempre più pieno, fino a che investe potente il pubblico, travolgendolo completamente. E la performance viene arricchita dalle proiezioni alle spalle del gruppo (Karl Lemieux), che giocano sul contrasto fra bianco e nero, luci ed ombre, in armonia con le sonorità della band, in un tutt’uno percettivo totalizzante. Immagini a tratti distorte e cupe, come pure lo è il loro sound, per un live che alterna momenti di quiete ad altri di adrenalina vera e propria, mantenendo comunque una certa energia. Crescendo musicali che accelerano i battiti, con tachicardie frequenti, linee di basso intense, batterie che martellano forte e schitarrate decise. Il tutto moltiplicato per due, visto il gran numero di componenti sul palco, per un suono che è però calibrato ed armonioso, fatto di infiniti piccoli dettagli che creano un insieme perfettamente bilanciato. Pugni nello stomaco improvvisi, che lasciano il fiato corto. E si passa da un momento in cui la testa fluttua leggera, a quello dopo in cui la si agita a velocità crescente senza possibilità di fermarsi.

Musica quasi totalmente strumentale, fatta eccezione per alcune registrazioni vocali che vengono mandate durante il concerto e prima di alcuni brani.

Un viaggio interiore, a volte astrale, come quelli in cui si esce dal proprio corpo e ci si guarda dall’alto. E la sensazione, alla fine, è che quell’augurio implicito, quel “godspeed” suggerito vagamente, accompagni lontano. Un po’ come quelle navicelle spaziali della NASA, che esplorano mondi distanti e ti portano in mezzo alle stelle, in uno spazio buio e profondo, che a volte fa forse paura, ma che offre un panorama unico, imparagonabile a nessuna delle cose viste fino a quel momento; con la variante che lo spazio è silenzioso – dicono – mentre, in questo caso, è proprio la musica a fare la differenza.

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