Fa sempre un certo effetto ritornare in un luogo familiare dopo alcuni anni, e pensare in fondo che quel posto non è affatto cambiato, anzi, quasi ogni cosa è al posto in cui l’avevamo lasciata. Parliamo dell’Evol, quando ancora era conosciuto in zona universitaria col suo nome storico e fascinoso di Locanda Atlantide, in passato più celebre per serate danzerecce per studenti piuttosto che per i suoi eventi dal vivo, ma comunque teatro di alcuni concerti che ricordo con piacere, come i Panther Burns di Tav Falco e una leggenda del primo punk inglese come i 999. Oddio, a dire il vero anche io feci girare i dischi un paio di sere su quella consolle e diedi una mano a un caro amico nell’organizzare un doppio concerto (per pochi intimi…) con Boduf Songs e To Kill a Petty Bourgeoisie, all’epoca due nomi di grido del catalogo Kranky. Ma questa, inevitabilmente, è tutta un’altra storia…

Tornando con occhi e mente al presente, la serata si anima con estrema calma e il pubblico affluisce con relativa lentezza, forse complice la contemporanea esibizione di Adi Newton e Alvin Curran al Circuitazioni Festival. La quiete viene colta da un’improvvisa scossa elettrica ad alto voltaggio quando i Syk attaccano gli strumenti agli ampli: freschi di uscita col nuovo album ‘I-Optikon’, prodotto nientemeno che da Phil Anselmo, trasmettono un senso di angoscia stratificata, attraverso strutture articolate nonostante la coltre di suoni compressi, sorretto però da un basso che va ben oltre il compitino da traghettatore ritmico e, anzi, è il complice principale di aperture inaspettate e scoscese. Canti di dolore acuto e grida tra le lamiere, ecco come esce la voce di Dalila Kayros, già apprezzata per i suoi lavori solisti tra avanguardia e musica elettronica in senso ampio (con riferimento particolare a ‘Nuhk’, suo esordio su dEN Records di cinque anni fa), fino ad ergersi come elemento più distintivo e riconoscibile di questo progetto italiano che meriterebbe ancor più visibilità.

La sala gradualmente si riempie discretamente per l’inizio del rituale oscuro celebrato dal duo di Birmingham, con video in slowmotion e consueta drum machine isolazionista, sulla quale Justin Broadrick e G. C. Green (de)costruiscono i prodromi di quello che una volta chiamavamo semplicemente “Rock”, facendoci ricordare quando un critico ebbe a dire di loro: “I Godflesh suonano come i Cure dell’era di ‘Pornography’ sotto l’effetto del metaqualone”, frase a effetto e fantasiosa, ma a tratti non così lontana dalla realtà!

Da un paio di album sembrano aver optato per un rewind, anzi quasi un reboot, delle loro intuizioni primordiali, guardando anche all’irruente spigolosità dei Fall Of Because sotto mentite spoglie: il nuovo, acclamato ‘Post Self’ sembra porsi come un’ideale sequel del sublime ‘Selfless’, giocando però in sottrazione, asciugando il suono e lasciandolo al limite dell’astrazione, pur mantenendo una pulsazione ritmica scarna e quintessenziale, ma pur presente. Non sarà un caso che proprio da ‘Selfless’ vengano ripresi due brani come Mantra e Merciless, emblematici sin dai titoli, episodi in cui le chitarre più liquide però si sfilacciano fino a non essere quasi percepibili, sprofondate in un magma sonoro che purtroppo esce alquanto confuso. Ahinoi, tutto il live è caratterizzato da una resa audio spiazzante, almeno per chi conosce bene la band, che di solito propone un invalicabile muro di suono, qui sostituito da una coltre sghemba dove la componente elettrica e i suddetti pattern sintetici non sempre si fondono con la dovuta accortezza: qualcuno nel pubblico scuote il capo, altri invece si lasciano prendere bene dall’austerità dei brani nuovi, mentre altri ancora rimangono un filo straniati, proprio perché sembra che Broadrick stia suonando a dei volumi e con dinamiche più consone al suo noto progetto piuttosto che al vortice industrial-metal tipico degli autori di ‘Streetcleaner’.

A fine concerto il buon Justin rimane a firmare autografi e a farsi foto coi fan, scusandosi per aver dovuto tagliare l’ultimo brano dalla scaletta per problemi di orari.

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