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Gli Ustmamò nascono nel 1991 e fino al 2003 sono Mara Redeghieri (voce),  Ezio Bonicelli (chitarra, violino, melodica e sintetizzatori), Luca Alfonso Rossi (basso, banjo, batteria elettronica, programmazione e cori) e Simone Filippi (chitarra e cori). Nel corso della loro carriera registrano diversi dischi, calcano molti palchi, suonano tanto, si fanno notare per la loro originalità e per la loro musica eclettica, che sperimenta e tocca tanti generi. Così passano dal rock al punk, dal reggae al pop, fino ad arrivare alle sonorità elettroniche, in un percorso musicale all’insegna dell’autenticità e della loro voglia di suonare la propria musica. La versatilità del loro animo artistico si riscontra anche nei testi, in dialetto reggiano ma anche in italiano, inglese e francese. Tutto ciò si traduce in uno stile originale e spontaneo, che affascina naturalmente e che riesce a suscitare interesse nel pubblico e nella critica. E ad interessarsi a loro è anche Giovanni Lindo Ferretti che diventa il loro primo produttore e il loro mentore.

Nel 2003 l’annuncio dello scioglimento e nel 2014, l’annuncio del ritorno, con un nuovo album di inediti Duty Free Rockets (Primigenia Produzioni – Gutenberg Music 2015), che esce nel 2015 e vede la band in una formazione a due – Luca Rossi e Simone Filippi diversa in molte cose (soprattutto nel genere che vira decisamente verso il blues), ma con la stessa autenticità e voglia di suonare degli esordi.

Li abbiamo incontrati in una lunga ed interessante intervista, in cui abbiamo ripercorso la loro decennale esperienza, gli anni ’90, le loro storie, fino ad arrivare ad oggi e al nuovo album, in cui si trova un gruppo che non dimentica da dove viene, anche se sperimenta ancora una volta un nuovo sound. Ed è forse in questa voglia di sperimentare, di rinnovarsi sempre e di scoprire che si riconosce il marchio di fabbrica degli Ustmamò.

Vorrei ripercorrere un po’ la vostra storia. Il vostro gruppo nasce nel 1991 formato, oltre a voi due, da Mara Redeghieri ed Ezio Bonicelli, pubblicate alcuni album molto apprezzati sia dal pubblico che dalla critica, condividete palchi con artisti importanti come i CSI e poi, nel 2003, lo scioglimento. Cosa ci raccontate di quegli anni? E perché nel 2003 avete scelto di abbandonare il progetto e sciogliervi?

Simone: In partenza io non c’ero, sono arrivato dopo che avevano finito di registrare il primo disco. Dopo, per quanto mi riguarda, credo che siamo stati fortunati – oppure ce lo meritavamo, non lo so, questo lo deve dire qualcun altro- è andato tutto liscio. Quelli erano anni belli, in cui si suonava un sacco e si riuscivano a fare molti concerti. Negli anni ‘90 sembrava che il mondo sarebbe diventato un posto bellissimo, invece non è stato così. Abbiamo fatto molte cose belle, abbiamo suonato anche con David Bowie, aprendo un suo tour italiano. Eravamo liberi.

Luca: La nostra storia nasce alla fine degli anni ’80 e il mondo era proprio diverso, molto diverso. Noi eravamo una band che apparteneva ad un movimento new wave, punk, quella roba lì. All’inizio eravamo io ed Ezio Bonicelli, siamo noi ad aver fondato il gruppo, ma non riuscivamo a trovare un cantante quindi stavamo per scioglierci. Abbiamo conosciuto Mara Redeghieri, abbiamo deciso di continuare con questa band e lei ha cominciato a cantare delle canzoni che avevamo in repertorio. Dopo un mese abbiamo conosciuto Giovanni Lindo Ferretti – io lo conoscevo già in realtà – lui aveva fatto i dischi più belli della musica italiana di quegli anni, i primi dischi dei CCCP – Fedeli alla linea cioè Ortodossia, Affinità-divergenze  (Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età, ndr) e Socialismo e barbarie e stava registrando Epica (Epica Etica Etnica Pathos, ndr) però già aveva deciso di sciogliere il gruppo. Voleva, però, rimanere nell’ambiente come produttore e, casualmente, sentì un pezzo nostro. Da lì è cambiata la nostra storia. Noi eravamo degli sperimentatori che in casa facevamo le registrazioni con un otto tracce e lui ha sentito i nastri. “Dai non somigliate né ai CCCP, né ai CSI, né ai Litfiba. Che figata! Facciamo un disco!” e noi “ Facciamo un disco!”. Poi lui ci mise davanti alla verità “Io vi potrei far fare il primo disco, però ve lo sconsiglio! Pensateci bene, pensateci molto bene!” ci disse. E poi ci fece una domanda ed io la capii quindici anni dopo, ci chiese che genere volevamo fare, da produttore esperto. Ma noi eravamo incoscienti, non sapevamo cosa volevamo fare ma volevamo suonare. Abbiamo cominciato in modo incosciente. La nostra storia comincia grazie a Giovanni (Giovanni Lindo Ferretti, ndr)  e all’inizio, quindi, le influenze sono state quelle lì. Lui il primo periodo ci ha aiutati con i testi perché Mara (Mara Redeghieri, ndr) non scriveva. Poi lei comincia a scrivere le sue parole, noi ci adattiamo al suo modo di scrivere, cambia il genere, hai un po’ di successo … poi ti sciogli. Alla fine ti dici “Vabbè abbiam fatto quel cazzo che volevamo, ci siam divertiti per anni, son passati 10 anni, adesso è diventato un lavoro…” a me piaceva, però se su quattro due stanno male, non riesci più a stare in quattro. Quindi magari pensi di lasciar perdere per un po’ e vedere che succede.

Voi avete vissuto la scena musicale italiana degli anni novanta, quali differenze notate rispetto ad oggi? 

Luca: Dal ’90 fino al ’95 potevi essere esordiente, decidevi di suonare e suonavi da nord a sud. Il concerto era un po’ quello che oggi è Facebook: ti beccavi i like, ma suonando da qualche parte! Fondamentalmente è cambiato il mondo. Oggi sei convinto di condividere delle cose mentre stai a casa perché ti senti comunque in compagnia. Prima, per condividere, dovevi uscire ed andare al concerto. 

Simone: Adesso si fa molta fatica a suonare dal vivo, tantissima, perché ci son molti meno posti, molti meno soldi per cui è sempre difficile trovare il modo di suonare. Poi, personalmente, io ho smesso di suonare la chitarra e ho cominciato a suonare la batteria.

E perché questa scelta, Simone? 

Simone: Ma è una cosa proprio di cervello, nel senso che dopo che ci siamo sciolti con gli Ustmamò, quando suonavo la chitarra con qualcun altro mi sentivo scemo. Non lo so, ho dovuto cambiar strumento. Dopo non ho più avuto problemi, lì per lì se avessi insistito a suonar la chitarra probabilmente l’avrei spaccata e avrei smesso.

Poi nel 2014 l’annuncio del ritorno, perché proprio ora la scelta di riprendere questo progetto?

Luca: Passano 15 anni, cambia la vita. Hai voglia di suonare, prendi la chitarra e suoni. Basta.

Il fatto di proseguire come Ustmamò fa pensare che ci sia l’intenzione di una continuità con il passato. Molte cose diverse le vediamo, la prima è sicuramente la formazione a due, ma per ciò che riguarda il vostro progetto musicale quali sono gli elementi di continuità e quali le differenze rispetto al passato per voi? 

Luca: Abbiamo scelto di riprendere come Ustmamò perché quello era il nostro gruppo. L’unico progetto della mia vita sono Ustmamò, non è che voglio farne altri. Non abbiamo mai avuto un progetto, in realtà. Pur avendo una persona esperta e matura che ti dice “Tu vuoi fare il gruppo di culto o quello da classifica?”, io non sapevo cosa rispondere. Volevamo fare la nostra roba, non ci ponevamo il problema e l’atteggiamento è sempre stato questo, di fare ciò che ci veniva.

Simone: Esatto … non abbiamo mai fatto le cose in base al risultato preteso o all’aspettativa di qualche tipo.

Nel corso della vostra carriera avete sempre sperimentato molto e questo, a mio parere, vi ha resi eclettici sui generi musicali. Album più rock e punk affiancanti ad altri che includono sonorità elettroniche. Qual è il motivo di questo non identificarvi mai con un genere ben preciso?

Luca: Io abito in un paese a mille metri molto isolato. L’approccio musicale è quello che si poteva avere trent’anni fa quando suonavi la chitarra acustica in camera. Le canzoni nascono così.

Parlando di generi, poi, l’ultimo album Duty Free Rockets sembra essere totalmente diverso da tutto quello che abbiamo sentito finora tanto che si sposta nettamente sul blues. Ce lo raccontate un po’? 

Luca: Questo disco è nato dalla voglia di rimettersi a suonare, come si faceva una volta. Ho un po’ di tempo libero, mi metto a suonare mezz’ora. È nato così. In una piccola stanza, in una specie di legnaia e deriva dalla voglia di ricominciare a suonare alla vecchia maniera. Dalla passione per le chitarre, dalla passione per la registrazione fatta in un certo modo.
Dentro questo disco ci sono molte canzoni che parlano di guerra per ciò che è, senza dare un giudizio. Ho letto alcuni blog di soldati americani perché da Letterman (David Letterman Show, ndr) ho sentito la storia di alcuni soldati saltati su una mina, in Afghanistan. Dopo di che ho cercato sul New York Times e la canzone Duty Free Rockets in realtà parla di questa storia, è un pezzo di testo che scrive uno dei soldati in questo blog in cui parla di questo attentato. Questo è anche il motivo della copertina. All’inizio doveva essere un western, invece entrando in questo mondo qui mi sono spostato in quella direzione. Forse noi in Italia nemmeno lo capiamo troppo, soprattutto il loro senso della bandiera, al di là del giusto e sbagliato.   Questo soldato non è un carnefice, ma una vittima, un ragazzo che ha paura di fronte all’ignoto, una cosa che capita quando sei ragazzo, anche se non sei soldato, di guardar fuori ed aver paura.

Da quello che mi avete detto non siete molto tipi da progetti, però che idee avete per il futuro? 

Luca: Vorremmo fare dei concerti, poter far conoscere il disco non per vendere, ma proprio per promuovere la musica dal vivo perché questa roba qui è bella da suonare live.

Che cos’è per voi la musica? 

Luca: Per me è una scoperta continua tra passato, presente e futuro. 

Simone: Non avrei saputo dir di meglio! Anche per me è la stessa cosa.

Ok, vorrei concludere questa nostra chiacchierata ringraziandovi e chiedendovi di mandare un saluto o un messaggio ai lettori e alle lettrici di 100 Decibel. 

Luca: Intanto grazie a voi. Io faccio fatica a dire qualsiasi cosa perché non sono un comunicatore … potrei dir loro “Suonate! Suonate uno strumento, possibilmente a sei corde”.

Simone: Suonate uno strumento a sei corde e rispettatevi a vicenda, cazzo!

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