Nell’attesa di vederli venerdì 5 gennaio sul palco del Planet Club di Roma con il live che porta con se anche i brani del vostro ultimo lavoro Soul of an Octopus,  abbiamo fatto qualche domanda agli ORK.

 

Abbiamo letto l’aneddoto sull’origine del vostro nome, a quanto pare nasce da un documentario sulle orche, che hanno capito che  per mangiarsi con facilità le foche non devono far altro che aspettare sott’acqua con la bocca aperta che queste si tuffino giù per passare da un iceberg all’altro.

1.   In merito alla storia sul vostro nome, il comportamento delle orche vi ha colpito perché la “praticità” in questo modo ha la meglio sullo “stile”. Eppure siete la prova vivente che quando ci si vuole mettere in gioco lo si può fare e anche ad alti livelli, ma la voglia di molti musicisti è in effetti di essere più vendibili che realmente godibili. Non verrebbe allora da pensare che questa scorciatoia a tutti i costi sia in realtà molto più limitante di quanto non sembri?

Quello che tu dici è vero, tanti oggi cercano la scorciatoia, la strada comoda per riempire i club di fan che urlano i testi dei pezzi. L’Italia è piena di esempi in tal senso. Non esiste una strada giusta o sbagliata, ad ognuno la propria scelta. Non giudichiamo chi fa musica con quello spirito, ma nel nostro caso stare sul palco e fare dischi ha un significato diverso. Suoniamo esattamente quello che ci viene dalle viscere, senza il pensiero di soddisfare lo zeitgeist del momento o di rientrare in una certa etichettatura. Cerchiamo di farlo in modo onesto.

Il trionfo della praticità sullo stile (tornando al nome della band) significa un po’ tutto questo. No a tecnicismi fini a se stessi, si a la musica ‘de panza e core’. Per questo tra l’altro non ci reputiamo nemmeno un gruppo prog, per come spesso viene visto questo genere non potremmo sentirci più lontani

 2.   Il mercato discografico, ed il modo di concepire la produzione, è mutato in maniera radicale negli ultimi 20 anni. Sembrerebbe che però oggi si possano creare connessioni fra artisti che prima erano più ostacolate dalle distanze e da sovrastrutture. Si può dire che le vostra forza sia proprio questo accesso più trasversale a persone e risorse?

Sì, il mondo della musica sta cambiando e non lo scopriamo noi. Da un lato Internet forza fenomeni virali (più di comunicazione che musicali) che altrimenti non esisterebbero, risucchiando completamente l’attenzione di audience e media, una potenza con la quale sarebbe stupido provare a competere. Dall’altro permette connessioni altrimenti molto complicate e costose. Negli anni 90 per gli ORk registrare un disco sarebbe costato una fortuna, oggi con internet diventa tutto più semplice e accessibile.

Il palco rimane comunque il nostro ambiente naturale, quando siamo tutti e quattro li sopra accade sempre qualcosa di magico e credo la cosa si percepisca chiara e distinta anche da sotto

3.   Come si sono incrociate le vostre strade? 

LEF: Pat (Mastellotto) aveva suonato su dischi di miei altri progetti (su Berserk e sull’album che ho prodotto a Gianni Lindo Ferretti), Colin (Edwin) è il bassista della mia band Obake, io e Carmelo (Pipitone) viviamo nella stessa città e volevamo da una vita fare qualcosa assieme.. a un certo punto ho realizzato che tutti i tasselli del puzzle erano lì pronti per iniziare qualcosa di nuovo e potente; nel giro di qualche email è partito tutto, in poche settimane abbiamo steso tutti i pezzi del primo disco

4.   I vostri brani sono, fra le varie influenze creative, imbevuti della musica degli anni ’90, che hanno sdoganato del tutto la sensibilità di diversi musicisti che convivevano più apertamente con le proprie ansie e le proprie fragilità. Negli anni più recenti il trend generale sembrava apparentemente più morigerato eppure proprio pochi mesi fa Chris Cornell e Chester Bennington hanno compiuto dei gesti quasi fuori dal loro tempo. Come vivete e interpretate la figura del musicista di oggi?

Due di noi provengono musicalmente proprio dagli anni 90, questo si percepisce in quel che suoniamo ed è giusto che sia così (vedi sopra). La figura del musicista oggi è cambiata, ci si deve barcamenare tra mille pensieri extra musicali tra promozione, email, contatti ancora email, soldi che non ci sono. Il lato romantico, intimistico, malato esiste e affiora nel momento in cui si scrive i pezzi e si suona dal vivo, ma è tutto molto riportato ad una dimensione più terrena. Pat suona dagli anni 90 con i King Crimson, se avrai il piacere di conoscerlo ti renderai conto che il suo atteggiamento (così come il nostro) è quello di un artigiano fiero e soddisfatto del proprio lavoro

5. La vostra scelta della cover di I’m Afraid of Americans di Bowie parla quasi da sola, e la copertina del singolo che raffigura una Trump-piovra la esplicita ancora di più. Cosa vi sta facendo più paura in questo momento? E quali brani invece hanno il potere di tranquillizzarvi?

Il problema non sta solo in Trump e gli altri leader politici, ma soprattutto in chi li vota.  Ci tranquillizza stare sul palco e suonare in genere più che ascoltare determinati brani.

6. Visto che la vostra identità di gruppo si sta connotando sempre di più, se doveste partecipare ad un festival questa estate, con quali altre band potreste/vorreste condividere la giornata sul palco?
Eh troppo difficile, saremmo comunque banali nel rispondere (che è già una mezza risposta)

 

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