I riferimenti ci sono tutti tra i giochi di parole e sono anche esplicativi: canzoni “INDIgeste” per stare nell’indie come anche nell’acido della contestazione… come anche quel “Caos Contemporaneo” che tanto sembra un lungo metraggio autoreferenziale di ispirazione punk pescato nel bel mezzo del cestone pop in rosa, tra ricami digitali e qualche bella vena sarcastica come si deve… indigesta ovviamente. Eppure nelle foto tutto sembra che una donna armata di rock del nuovo millennio, quello che spesso si programma dai computer e che, nel suo ambito e merito, cerca il romanticismo come il punk tra le soluzioni che mette in campo. GiusiPre sa bene come gestire questo enorme pentolone di cose… l’equilibrio che ne nasce si racchiude dentro un Ep dal titolo, appunto, “Canzoni Indigeste”.

Noi parliamo di rock. E non solo per riferirci al genere quanto anche allo spirito. Allora dicci: quanto rock c’è dentro questo disco?
Tanto rock, in un’atmosfera consumata e complessa: oltre alle melodie ci sono diversi livelli narrativi ed emotivi che si mischiano e si sporcano reciprocamente. Sono stata molto decisa nella scelta degli stili dei brani, avevo ben chiaro quanto l’attitudine rock potesse venire incontro e far risaltare le tematiche trattate.

Che poi vai alla ricerca di un certo gusto punk… rabbia, denuncia, rivalsa o un’altra faccia del romanticismo?
Per carattere non mi piace rimanere zitta ed essere compiacente, soprattutto quando ritengo che qualcosa sia ingiusto. Di sicuro questo lo riverso in maniera implicita anche nella musica e nei testi, soprattutto perché nelle canzoni posso dare sfogo alla parte propriamente emotiva che scaturisce da alcune riflessioni. Il tema della denuncia oltretutto trova ispirazione nei gruppi che ho seguito nel corso degli anni: band che non hanno mai avuto timore di portare avanti temi sociali e canzoni di protesta (penso nello specifico ai Clash che amo profondamente, o ai Dead Kennedys, ai Pennywise che hanno dato una svolta alla mia adolescenza).

Che poi nella bellissima “Ci pensa il vento” ritroviamo un lato femminile di dolce volo a planare e melodia pop e quella lirica che rimanda inevitabilmente a Dylan. Quali sono le tue vere radici?
Un lato femminile, certo, con un carattere tagliente e il biasimo sempre presente, aspetti che di certo non rendono l’atmosfera del brano completamente piacevole: c’è un non so che di ammaliante, di sincero e crudo nella musica e nel testo di questa canzone, frutto anche dell’epifania creativa che mi ha colta nello scriverla. Le mie radici affondano sicuramente nella tradizione della canzone d’autore, italiana e non, con una bellissima escursione in vari generi che hanno attirato la mia attenzione nel corso del tempo, dai quali ho cercato di imparare nuovi linguaggio e che hanno dato vita a nuove suggestioni.

E posso dirti una cosa molto superficiale ed estetica? Ne quel che mostri in foto, nella copertina di questo disco somigliano al suono e alla forma delle canzoni… lo sai?
Sì, la scelta grafica e il messaggio che volevo dare, sia dei singoli e sia della cover dell’EP, sono il frutto di un confronto sincero con Gaetano Partinico, grafico e amico che ha curato ogni aspetto di ciò che vedete. Le foto per la promo dell’EP sono invece di Paolo Palmieri, fotografo eccezionale che è riuscito a cogliere nei suoi scatti un lato solenne e sincero che mi rispecchia davvero.

E su tutte “L’uomo è ciò che magia” si staglia nel suo modo di fare da tutto il resto. Qui siamo dentro il gioco computerizzato degli anni ’80, più di tutto il resto del disco. Qui siamo proprio dentro i ricami illusori della realtà virtuale di Alberto Camerini… cosa ne pensi?
Il tema meritava una giusta ambientazione: era necessario restituire una dimensione quasi eterea al brano, dove il testo, che definirei senza mezze misure saccente, potesse dipanarsi e accompagnare il fluire della riflessione. Di certo le influenze anni ’80 caratterizzano un po’ tutto il lavoro, in questo brano però devo ammettere che le chitarre con un’intenzione propriamente rock anni ’70 fanno un bel gioco di contrasto, caricando molto sul ritornello.

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