Bryan Adams performimg live at Festhalle, Frankfurt, Germany. june 3rd 2016

[Premessa] Essere fan di un artista è un compito che comporta grande impegno e dedizione. Per il proprio artista preferito si è sempre disposti a tutto, a lunghe trasferte ed estenuanti ore d’attesa, prima dell’inizio dell’esibizione, pur di raggiungere l’ambita transenna, la prima fila o comunque, una posizione ideale per poter godere del concerto senza dover semplicemente immaginare che “quel puntino lontano” (cit.) sia quello che ci regala sempre magnifiche emozioni grazie alla sua musica.

La recensione del concerto di Bryan Adams a Francoforte – esibitosi il 3 giugno scorso al Festhalle della città tedesca – vuol essere un racconto personale, intriso di tanti ricordi, ma sopratuttto di emozioni vive e attuali.

Ne è passato di tempo da quella primavera del 1997 quando, partendo dalla Sicilia, costrinsi la mia famiglia ad accompagnarmi a Roma, per il concerto di quello che, al tempo, era più di un qualunque cantante preferito. Nella “tarda adolescenza”, non si ammira semplicemente un artista per la sua musica, ci si fantastica sopra, gli si parla col pensiero, si appendono ancora i poster alle pareti e ci si iscrive a tutti i fan-club possibili e immaginabili per conoscere tanti altri sfegatati che possono comprendere la tua follia e parlare per ore delle sfumature di una canzone, da un live all’altro. Negli anni ’90, si scrivono tante lettere, si ricevono fanzine stampate in bianco e nero, si collezionano ritagli di giornale e fotografie scattate da chissà chi, si ricercano ardentemente rari bootleg, si registrano i video su MTV con le vhs riciclate. Ogni cosa è un cimelio preziosissimo. Ora tutto è più semplice, immediato, facilmente reperibile, ma quei tempi rimangono mitici proprio per la tenacia e la meticolosità che si mettevano in questo ardito e intenso compito dell’essere fan.

Poi accade che si cresce, arriva la Vita vera, quella da mordere e percorrere, non solo da sognare tra le quattro mura della propria cameretta. Il proprio cantante preferito non è più il Principe Azzurro, il confidente immaginario che ti comprende e ti consola grazie alle sue canzoni, succede un po’ come a Peter Pan che va via dall’Isola che non c’è. L’Isola-Bryan, in realtà, c’è sempre, nonostante sia un po’ in penombra, ma non la si mette via del tutto.

Finché, a circa 20 anni di distanza, quell’amore si riaccende, in forma diversa, meno romanzata e romantica, ma sempre carico di farfalle nello stomaco e canzoni che risuonano costantemente nella testa. Cosa ha fatto Bryan Adams in tutto questo tempo? Si è sposato, è diventato papà, ha continuato a fare musica e calcare i palcoscenici di tutto il mondo e, in contemporanea, è diventato anche uno stimato Fotografo. Io, invece, ho continuato ad ascoltare il rock (‘n’roll) e ho iniziato, come lui, a far la Fotografa – non con la sua notorietà, ovviamente!
Cerco di recuperare quanto mi son persa in questo lungo arco di tempo, di riassaporare ciò che avevo seguito marginalmente e così, improvvisamente, decido che devo rivederlo in concerto. Di date in Italia ancora non se ne parla, c’è l’Europa per il promotour del nuovo album, Get Up, ma niente date italiane.
Ok, è deciso, si va in Germania. Frankfurt, 3 giugno 2016.

[Finalmente, la recensione] Per tutta una serie di peripezie antecedenti (compreso il concerto dei Rammstein a Monza, per il Gods of Metal, la sera prima), arrivo al Festhalle cinque minuti prima dell’inizio del concerto. Sì, mi ero preparata psicologicamente al pensiero che non avrei mai potuto raggiungere le prime file sotto palco, ho cercato semplicemente di trovare una buona posizione, senza infastidire il pubblico tedesco già presente nel palazzetto da molte più ore di me. Sul mega schermo che fa da sfondo al palco c’è il logo di Get Up e il faccione di Bryan che ogni tanto si anima e fa una smorfia o ammicca.
Alle 20.05 (all’estero i concerti iniziano spesso molto prima rispetto agli orari italici) si spengono le luci, entra la band e poi lui, il biondino canadese… Wow! Non c’è che dire, Bryan è in grandissima forma, nonostate gli anni siano passati e siano arrivati a 56. Complimenti, man!
Bastano poche note e si riaccende quell’entusiasmo giovanile che mi faceva saltare e cantare nella prima fila del Palalottomatica diciannove anni fa, come se non ci fossero state altre persone, oltre a me e al mio cantante preferito, Bryan Adams. Continuo a saltare e a cantare a squarciagola le sue canzoni (in questi mesi sono riuscita a recuperare bene ciò che conoscevo poco o niente), nonostante il pubblico tedesco sia meno propenso a slanci così esaltati.

Si parte con Do what ya gotta do, tratto dall’ultimo album, ritmo allegro, vivace, un po’ come tutti gli altri brani di Get Up, veloci, immediati e intrisi di splendido rock’n’roll, grande passione di Bryan sin dagli albori. Si passa poi a Can’t stop this thing we started, famosissimo brano estratto da Waking up the neighbours, forse il più rock ed esaltante fra tutti gli album di Mr Bryan. Il concerto prosegue con un’alternanza di pezzi vecchi e nuovi, tanti grandi classici, le nuove canzoni e qualche chicca speciale che vien fuori su richiesta. Summer of ’69 è Summer of ’69, non ci sono molte parole per definirla, la si può solo sentire scorrere caldamente nelle vene. Bryan si diverte a interagire con il suo pubblico, racconta aneddoti, parla della sua musica e coinvolge anche una ragazza, direttamente dagli spalti, a ballare sulle note di If you wanna be bad you gotta be good. La brunetta Claudia non si lascia intimorire dai riflettori e dalle migliaia di occhi puntati addosso, si lancia in un balletto sensuale e ammiccante che riscuote grandi applausi e un certo compiacimento da parte del rocker che non disdegna le presenze femminili durante le sue esibizioni più scatenate.

Sul palco con lui, oltre ai nuovi membri che lo accompagnano ormai da qualche anno, ritrovo volentieri Mickey Curry e Keith Scott, suoi compagni di avventura da tempo immemore. Affiatati, grintosi, complici, rivederli tutti e tre sul palco è stato come ritrovare dei vecchi amici. Lo stesso Keith si è cimentato in alcuni assoli incredibili, soprattutto durante It’s only love ed Heaven. I pezzi rock e rock’n’roll sono stati tantissimi e sono felice di aver ritrovato Bryan al massimo, dal punto di vista vocale, il suo ruggito non si smentisce mai e quando arrivano i brani più lenti e acustici, la voce si fa soffusa, calda e inconfondibilmente roca come su Don’t even try, One night love affair e l’indimenticabile Please Forgive me.
Si spazia dal melodico al rock, passando per le sempre apprezzatissime cover di All shook up e C’mon everybody che infiammano la platea. Tra le tante hit melodiche che ha eseguito e che hanno regalato momenti di grande emozione, in un’atmosfera magica di lucine e amorosi abbracci, c’è anche When the night comes, con un ricordo particolarmente sentito all’amico Joe Cocker. Bryan conosce bene la sensazione di chi riesce finalmente a incontrare di persona un artista che tanto ammira e così è stato per lui, grazie anche ad una carriera che gli ha concesso la fortuna di conoscere i suoi idoli e persino di aver con loro belle collaborazioni musicali.

Bryan è una persona di cuore, un artista che ha fatto della sua genuinità una virtù che ha conquistato milioni di fan di ogni età che lo stimano tanto umanamente, oltre che artisticamente, e il suo immenso amore per il rock è stato sempre fonte di inesauribili energie che si riversano sul palcoscenico e creano una liason unica e indissolubile con il suo pubblico, un pubblico ogni volta diverso, ma sempre attento e coinvolto ad ogni esibizione.

Ritrovare Bryan Adams è stato bellissimo, non mi ha soltanto portato alla mente tanti ricordi di gioventù, ma mi ha fatto riflettere sul fatto che, come canta il nostrano Venditti, “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano” (cit.), si rivivono forse con maggiore consapevolezza, maturità e con un entusiasmo esplosivo che non conosce confini di spazio e di tempo.

Adesso, non ancora smaltita l’adrenalina di Francoforte, si fa viva la speranza e l’attesa per un prossimo eventuale tour, possibilmente in Italia. E sarà lì che si tornerà ad avere vent’anni, anzi 18 til’ I die!

Ecco la scaletta del concerto:

Do What Ya Gotta Do

Can’t Stop This Thing We Started

Don’t Even Try

Run to You

Go Down Rockin’

Heaven

Kids Wanna Rock

It’s Only Love

This Time

You Belong to Me

Summer of ’69

Hearts on Fire (solo acoustic; only first verse and chorus)

When You’re Gone (solo acoustic)

One Night Love Affair (solo acoustic; only first verse and chorus)

(Everything I Do) I Do It for You

If Ya Wanna Be Bad Ya Gotta Be Good

Back to You

We Did It All

Somebody

I’ll Always Be Right There (acoustic)

Please Forgive Me

Cuts Like a Knife

18 til I Die

The Only Thing That Looks Good on Me Is You

Brand New Day

C’mon Everybody (Eddie Cochran cover)

All Shook Up (Elvis Presley cover)

She Knows Me (solo acoustic)

Straight From the Heart (solo acoustic)

When the Night Comes (Joe Cocker cover) (solo acoustic)

All for Love
(Bryan Adams, Rod Stewart & Sting cover) (solo acoustic)

Let’s Make a Night to Remember

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