Noi parliamo di Rock… e lo sapete. Ma per noi anche un disco di Faber sa di grande rock. Non parliamo di estetiche, di chitarre elettriche o di chissà quale trovata digitale. Parliamo di anima. Di quel certo modo di vivere quel si ascolta e si scrive. Davide Geddo, lontano da tutte le dinamiche che ci rendono schiavi, libero di energia vitale e passione, scrive e canta sempre e solo per il bisogno di esistere. E non dentro i magazine come questo. Ma per se stesso. E questo nuovo disco “Fratelli” che i dotti saggi frustrati delle etichette potrebbero darci dentro con critiche e noiosi paternalismi, sbattono la faccia contro la verità delle cose che nell’esistere a visto scoperto hanno la forza di apparire senza pulirsi i vestiti. Tutto questo c’è nella canzone classica, d’autore, di vita… di Davide Geddo.

Noi parliamo spesso di rock. Ma non pensando esclusivamente al genere…parliamo di rock anche pensando a quel certo modo di scrivere e di vivere la musica. E trovo che “Fratelli” sia un disco decisamente rock… cosa ne pensi?
La storia della mia vita. Vivo in mezzo ai generi. E’ un problema. Alla fine risulto troppo rock per essere considerato un cantautore e troppo cantautore per essere accettato dal mondo del rock. Ma è anche un’opportunità che dà i propri frutti soprattutto nei live dove riesco a coinvolgere persone diverse. Mi lascio molto ispirare dai miei ascolti che per fortuna sono molto eterogenei e ho bisogno di realizzare dischi energici anche per non appoggiarmi sui miei scoramenti oltre che per il bel groove che nel tempo abbiamo sviluppato come band.

Quanto hai lasciato all’istinto, all’improvvisazione durante la produzione?
È stata la prima produzione importante degli Actone Studio recording di Albenga. Per Fratelli ho cambiato studio di registrazione e fonico di riferimento. Ci ho messo molto più tempo ma ho lavorato in una situazione più intima e a due passi da casa. Credevo che avendo più tempo ne sarebbe uscito un lavoro più curato ed invece è uscito un lavoro più mio. Dal punto di vista della registrazione lo considero un punto di partenza.

E quanto di questo disco è stato prodotto in presa diretta? Ho forte la sensazione di una musica che ha una radice “live”… molta produzione a contorno ma un cuore decisamente di terra…
In realtà non si può parlare di presa diretta. È il tipo di canzoni che ho scritto che rende tutto più viscerale. Mi sono reso conto presto di essere molto coinvolto in questo album che per quanto mi riguarda sento più positivo e ottimista; tutta questa emozione ha finito per sporcare la produzione e ha innescato un lavoro di riequilibrio davvero lungo e pesante ma anche liberatorio. Il dolore c’è ma c’è lo sfogo che lo purifica; tutto questo non stava insieme dentro un quadro troppo leccato e alla fine ha trovato la sua dimensione in un rock polveroso che tanto somiglia alla vita del musicista on the road che intendevo in qualche modo celebrare.

Che pensi della canzone d’autore di oggi? Ecco, pensando alla scena indie direi che c’è davvero poco “rock”…
Ragionare per scene musicali in Italia è davvero complesso. Sembriamo tanti cespugli ma più che formare una foresta mi sembra sia un parcheggio di periferia. Avvilente che il meglio che c’è in giro viva di espedienti e non riesca a professionalizzarsi ma d’altra parte con lo scomparire della produzione non si vive che di tentativi. Inoltre il fatto che ormai si viva solo di live complica l’evolversi del rock che semplicemente non trova spazi adeguati per coinvolgere.
Aggiungerei che i pochi spazi che ci sono hanno politiche di scelta un po’ incomprensibili.

E se ti chiedessi delle trasgressioni di stile? La tua canzone si attesta sempre dentro forme classiche, anche molto “americane” se mi concedi. Hai mai pensato a prendere altre derive?
Ho un approccio molto libero con la composizione. L’eterogeneità della mia produzione credo sia fuori discussione. Ma non mi basta. Sto cercando di realizzare un home studio che mi permetta di sperimentare di più e di lavorare stabilmente sui miei progetti prima di andare in studio. Vediamo questo passo ulteriore dove mi porterà. Non ti nascondo di avere già delle idee che potrebbero dare risultati prima del previsto.

A chiudere: chi sono i “Fratelli” di Davide Geddo?
Sono un manipolo di persone, una piccola forma di resistenza del pensiero e della canzone; gente che, senza conoscersi, si sente dalla stessa parte di una barricata e che, come fratelli, sente di somigliarsi.

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