Report di Alberto Carmine e Emiliano Trabucco  – Foto di Simone Bergamaschi

La seconda giornata della 5a edizione del Fosch Fest, nell’area festival della pedemontana Bagnatica (BG) inizia alle 15.00 di domenica 14 luglio, con gli emiliani Artaius, nome dato al dio Mercurio nel periodo romano-celtico, che propongono alcuni pezzi del loro recentissimo “The fifth season”, intrigante mix di modern metal, musica celtica e prog anni ’70. La band a tre voci, lo screaming del tastierista Giovanni Grandi e il growl di Andrea La Torre si contrappongono alla voce incantevole dell’estone Eugenia Ivanova che con la violinista/flautista Mia al seguito si presenta sul palco in abiti folkloristici, ed offre una performance perfetta a livello tecnico-esecutivo, ma poco incline all’interazione col pubblico. Infatti l’ancora esiguo parterre, vittima del solleone, incita più volte e a gran voce i nostri, ma questi non sembrano rispondere con altrettanto calore, rimanendo troppo fermi sulle gambe. Peccato veniale, vista la qualità e l’originalità della musica offerta.

Rapido cambio palco intorno alle 16:00, ed è la volta degli Evenoire, female fronted band cremonese nata nel 2006 dall’incontro di Lisy Stefanoni, voce e flauti, e Marco Binotto, basso, dedita ad un symphonic-gothic-medieval-folk-prog metal di sicuro fascino. È un’intro magica ed epica al contempo ad accompagnare l’entrata in scena dei cinque preparatissimi componenti, oltre i due già citati, Alessandro Gervasi e Toshiro Brunelli alla chitarra, piú Daniele Foroni alla batteria. Il repertorio proposto dai nostri pesca a piene mani dal full-lenght “Vitriol”, che uscì nel 2011 raccogliendo i favori della critica italiana e internazionale. I brani, sorretti dall’ugola fatata di Lisy, dotata di una voce cangiante, potente ed eterea in egual misura, che sa modulare come solo le prime della classe sanno fare, pur essendo lunghi e articolati, scorrono via in scioltezza uno dopo l’altro a formare un unico caleidoscopio musicale; forte è comunque sempre l’ombra dei Within Temptation, periodo “Mother Earth”, dispensatore di emozioni forti e contrastanti. Lo show si chiude con la rinascimentale “Minstrel of Dolomites”, dove la cantante chiama in causa gli accaldati presenti che si cimentano, saltellando e battendo le mani, nel corale e allegro ritornello finale.

Ma è dalle 17.00 in avanti che il gioco si fa duro, e i duri iniziano a giocare. Gli insubrici Ulvedharr salgono sul palco per sfoderare il loro feroce viking metal, sporco di thrash e death, e ammantarlo, qua e là, di motivi epici. I sempre più numerosi guerrieri delle prime file, che fino a metà concerto si limitano a innalzare i pugni in cielo e a fare headbanging, pungolati track by track, dalle “Spade di Midgard” (Swords of Midgard è il titolo del nuovo lavoro di Ark Nattlig Ulvedharr, voce e chitarra ritmica, e dei suoi tre compagni di battaglia: Fredreyk alla chitarra solista, Klod al basso e Mike alla batteria), finiscono per scatenare una serie di poghi assassini. La band, grazie alla sua forte presenza scenica, e a una setlist fatta di canzoni immediate, veloci e spaccaossa (chiari i riferimenti al thrash anni ’80, agli Slayer, e a mostri sacri del death scandinavo, quali Grave, Dismember e Entombed), riesce senz’altro nell’intento di fare breccia nei “bravehearts” dei presenti, e per questo viene salutata con un fragoroso applauso.

Dalle bordate thrash-death dei quattro scatenati vichinghi lombardi, si passa al symphonic-black degli storici Opera IX, che si presentano sul palco, passate da poco le 18:00, col consueto face painting e una perfetta attitudine black, forgiata nel tempo. L’audience viene subito caricata dallo screaming ferale del carismatico singer e abile trascinatore M. The Bard, ma, esaurite le timide spintarelle, le corna e i pugni chiusi verso il cielo della prima porzione di spettacolo, a metà concerto il parterre si immobilizza letteralmente, probabilmente a causa della prolissità dei pezzi (caratteristica tipica di tutte o quasi le composizioni dei nostri, fin dai primissimi album incisi con Cadaveria, e, in questo caso, più croce che delizia per i meno avvezzi a un songwriting tanto elaborato quanto esteso), estratti prevalentemente dal loro ultimo lavoro “Strix Maledictae In Aeternum” (concept-album incentrato sul rapporto tra stregoneria e religione nel Medioevo). Una cosa è certa: l’attenzione del pubblico decresce all’aumentare della spasmodica attesa rivolta ai due act più importanti della giornata: Skyforger ed Ensiferum. Questo dato di fatto nulla toglie alla prestazione di primordine offerta da tutti i membri degli Opera IX, nel tempo sempre più affiatati e coesi, grazie al lavoro certosino del “direttore d’orchestra” Ossian, chitarrista, mastermind, nonché fondatore della band. Performance collettiva inappuntabile, che sicuramente non delude le aspettative dei fans della prima e ultima ora.

Dopo la serie dei gruppi nostrani ascoltati nella canicola pomeridiana, alle 20:30 il pubblico, ristoratosi e idratatosi a dovere all’ombra del tendone principale dell’area festival, occupa ormai gran parte dell’area, ed è pronto più che mai ad accogliere i lettoni folk metallers Skyforger.

L’intera formazione, lasciati in dispensa flauti e cornamuse tradizionali, sale sul palco agghindata con tuniche nordiche e stivaloni in pelle, con la sola eccezione del cantante/chitarrista Peteris Kvetkovskis, che preferisce vestire i panni di un perfetto cosacco, con giubba e colbacco rossi. Parte la black-oriented Kauja Pie Saules, tratta dal debut album omonimo, ed è subito festa grande nelle prime file, col singer che incita a gran voce i presenti, che non ci mettono niente a scatenare un pogo inaudito, mentre, sul palco, il bassista e backing vocalist Edgars “Zirgs” Grabovskis comincia il suo esilarante show personale (che porterà avanti per tutta la durata dell’esibizione), spostandosi di continuo a destra e a manca, a balzelloni. Varia la setlist (dodici i pezzi in scaletta) che, dalla seconda thrasheggiante Kas Usins Jai , alla marcia conclusiva Migla, migla, rasa, rasa, puntellata da frequenti intermezzi folk acustici, spazia nell’intera produzione dei nostri. Peteris e compagni, con il loro mix esplosivo di musica folk tradizionale baltica, norvegian black ed heavy tradizionale anni ’80, tengono in pugno il pubblico del Fosch per un’ora e mezza abbondante ed escono di scena trionfanti, sommersi dagli applausi.

A circa un’ora dalla fine del favoloso show dei lettoni, dopo una breve intro stile “Braveheart”, irrompono sul palco, a torso nudo e con gonna di pelle, i tanto attesi guerrieri finlandesi Ensiferum (il monicker “ensiferum”, scelto non a caso dal combo, in latino significa “portatore di spada”, e rispecchia pienamente i temi epico-medievaleggianti trattati nelle canzoni della band), che partono subito a mille con la nuova In My Sword I Trust, scatenando un violento mosh pit nelle prime file, che, fortunatamente, lascia tutti illesi (da notare l’irrilevanza dell’inconvenitente tecnico occorso al carismatico vocalist Petri Lindroos, che canta i primi due minuti a microfono spento). Poi è tutto un susseguirsi di tiratissimi pezzi epic-death-folk (12 in tutto, compreso l’encore “Iron”), che ripercorrono l’intera discografia del gruppo (da “Ensiferum”, uscito nel 2001, a “Unsung eroes”, del 2012), “massacrando” il pubblico senza pietà. A metà concerto circa, luci puntate sul fondatore del gruppo Markus Toivonen, checon la sua chitarra, intona il motivo di Guerre Stellari, per la gioia di tutti i presenti.

Poco importa se non c’è spazio, a mezzanotte inoltrata, per le due hit richieste a gran voce dal pubblico, Battle song (da “Ensiferum”) Into battle (da “Iron”), perché quella messa in campo stasera dai cinque finlandesi, resisi autori di una prova superlativa, è stata proprio una guerra “stellare” (stellare, esteticamente parlando, anche la bellissima tastierista Emmi Silvennoinen!), che sancisce, una volta di più, il successo interplanetario ottenuto in 18 anni di attività.

Tra gli applausi infiniti di un pubblico stanco all’inverosimile, ma oltremodo entusiasta, si chiude il sipario sul V° capitolo del Fosch Fest, che, grazie alla sua perfetta macchina organizzativa, e all’alta qualità dei gruppi coinvolti, entra di diritto nel novero dei festival folk-metal più importanti a livello internazionale.

Un grazie agli organizzatori ed ai gruppi che si sono esibiti.

Per saperne di più:

http://www.foschfest.it/it/

Comments

comments

A proposito dell'autore