La verità passa per il come si pensa al suono e non per come lo si veste per mandarlo in pasto alla pubblica piazza. La verità si sente e non si calcola. E quella di Federico Siriani è un’opera di narrazione e di verità, di grandissimo “rock” inteso come piace a noi, sentito, verace, istintivo e di grandissima poesia. Anche se in fondo, ai colletti bianchi, va detto che il nuovo disco di Sirianni, “Maqroll”, ovviamente è disco di un cantautore, ancora grande nonostante il linguaggio della società abbia quasi dimenticato cos’è un cantautore. E “Maqroll” dunque sposa le nuove parole senza snaturarsi, divenne giovane di elettronica ma senza lasciare il passo totalmente, si veste di suoni distopici ma senza inventarsi tendenze a cui non appartiene. Il cantautore di questa seconda decade del futuro non può che somigliare ad un incollocabile romantico cibernetico in cerca di semplici parole poetiche. 

Noi parliamo spesso di rock e lo intendiamo spesso più come un modo di pensare alla musica che come genere in se. Spesso qualcuno ha detto (giustamente) che De André era molto rock. Tu come la vedi? 

Anch’io credo che “rock” sia qualcosa di più di un genere musicale. De Andrè era rock come poteva esserlo Mozart o, che so, Carosone. Per cui la vedo come te.

E dunque “Maqroll” possiamo definirlo un disco di “rock”? Io penso proprio di si… 

Se pensiamo al “rock” come qualcosa che rompe, che crea una frattura, allora possiamo senz’altro definire “Maqroll” un disco rock. Perché credo davvero sia un album piuttosto controcorrente rispetto ai canoni contemporanei della canzone d’autore italiana.

Che sensazione ha Federico Sirianni? Riascoltandolo oggi, dopo averlo tanto maturato dal vivo, pensi che la semplicità del suono umano di una chitarra resti ancora vincente sulle soluzioni più digitali, più “artefatte” che troviamo sul disco? 

Guarda, per la prima volta dopo tanti anni, anche dal vivo ho voluto restituire in maniera abbastanza fedele le sonorità del disco. Perché questo è un racconto che ha bisogno di una colonna sonora e, con questa precisa idea, è nato l’ambiente sonoro delle canzoni.

Per cui è importante per me portarmi tutto questo dietro anche sul palco. In ogni caso, alla fine del concerto, una canzone voce e chitarra la faccio.

E in definitiva hai coccolato il tuo senso di incollocabilità? Ho trovato molta denuncia dentro questo lavoro e quindi mi sono chiesto quanta insofferenza ci fosse alla base… 

L’incontro con il gabbiere Maqroll è stato molto importante perché ha dato un senso letterario a questa condizione che, effettivamente, fa parte della mia modalità esistenziale da sempre. Da sempre sono più pronto alle partenze che agli approdi,“per la sola ragione del viaggio viaggiare”, citando De Andrè. L’incollocabilità è qualcosa che non ha solo a che fare con la geografia ma, come giustamente dici, è un’insofferenza che va coccolata e alimentata. Senza paura dei naufragi, chè ai naufragi sappiamo sopravvivere.

A chiudere: molti dicono che sia questo il tuo disco più alto. Esiste per te un prima e un dopo “Maqroll”? 

Esiste certamente un prima e credo sia stato necessario e fondamentale per giungere a Maqroll.  In ogni caso, sul dopo vedremo. Citando una frase del poeta Kafavis presente nel brano “Il mio amore sospeso”: “Il futuro lo conoscono gli dei”.

Comments

comments