Si intitola “Maps for Moon Lovers” il nuovissimo disco di FAB – all’anagrafe Fabrizio Squillace – che respira di grande rock inglese, quello divenuto complice di pop e di grandi media internazionali. Insomma, il modo è quello che ci piace a noi figli di un certo stile U2 e compagnia cantando. E con “Maps for Moon Lovers” il cantautore rock calabrese torna a sfoggiare un romanticismo epico ed esistenzialista, analisi romantiche e disamine celebrali, tra quelle che da più parti piace denominare atmosfere sospese… come nella bellissima “The Same Floor” dove ci puoi vedere di tutto, dagli orizzonti infiniti alle aperture spaziali, dalle solitudine desertiche alle incognite spirituali. Di tutto. Il bello di questo tipo di rock è proprio l’anarchico gioco di significati che ognuno può costruire seguendo la propria personalità. Un bel disco…

Rock inglese per il nuovo disco di FAB: perché l’Inghilterra e non l’America? Sempre che le mie sensazioni sia corrette…
Il mio background musicale appartiene a quei luoghi, rincorre ostinatamente quelle particolari atmosfere. Colpa degli ascolti, di certi incontri, delle mille volte in cui ho camminato su strade britanniche. Adoro i paesaggi nordici, la nebbia che svela una periferia industriale, il cielo che muta rapidamente vestito liberandosi frettolosamente di un carico di nuvole per indossare uno sfavillante celeste. Mi ritrovo negli sguardi di quella gente, nei loro modi di fare, nella loro peculiare visione della vita. Sono fortemente attratto dai suoni brit e condivido la innata voglia di sperimentare della scena musicale inglese. Una scena molto meno conservatrice rispetto a quella statunitense, a mio parere più volta ad una forma di “protezionismo musicale”. Al contrario in Gran Bretagna si respira sempre questa voglia di osare, di andare alla ricerca del “nuovo”. Un atteggiamento, questo, che apprezzo enormemente perché spinge la musica rock verso il futuro, verso nuovi confini.

E perché questo modo gentile di contenere le chitarre invece di lasciarle gridare come si confà ad un rocker che si rispetti? C’è molta educazione in questo disco…
Un atteggiamento frutto di esperienza, ricerca e necessità di coniugare al meglio i suoni tradizionali del rock con elementi più elettronici e innovativi. Il tempo di far urlare le chitarre c’è già stato, è stato bello e liberatorio, ma poi la musica ti prende per mano e ti accompagna garbatamente verso nuovi territori. È un tentativo di evoluzione che ogni musicista, credo, sperimenti prima o poi. In fondo sono un cantautore, ho un’anima molto intima e cerco di farla andare d’accordo con un approccio più rock, innestando al contempo suoni digitali che mi intrigano da sempre. Cosa c’è di più affascinante che riuscire a far andare d’accordo un Microkorg con una Stratocaster? Arroccarsi dietro vecchi bastioni, sicuramente confortanti, non produrrà mai nulla di nuovo. E il rock, in un’epoca in cui pare aver detto già tutto, ha bisogno di trovare nuove strade, nuovi compromessi. È l’unico modo per spingere la musica verso orizzonti sconosciuti.

Perché dare una mappa agli amanti? Che messaggio c’è dietro questo titolo?
Nessun messaggio specifico. Si tratta di otto storie a proposito di audacia, follia e sogno. I personaggi dei brani di “Maps for moon lovers” raccontano il loro tempo con apparente leggerezza, ne interpretano le contraddizioni e le conquiste, scivolando in equilibrio precario tra maturità ed eterna fanciullezza.
Sono amanti in senso generico, attratti dalla fama piuttosto che dal bisogno di sicurezza o ancora dalla ricerca della spiritualità. Offrono, ognuno a modo loro, uno spaccato di questi tempi difficili da affrontare, cercano una chiave di lettura che possa aiutarli a rinvenire un senso specifico. Operazione altamente complicata che però produce risultati interessanti. Pensiamo a “The Lazy one”, a questo ragazzo che insegue la gloria a tutti i costi, che si rifugia nei like di un social evitando puntualmente di dedicarsi a faccende ben più produttive. Ma, d’altronde, come dargli torto se oggi il mondo gira così? L’intero disco è costruito volutamente su storie frivole che profumano di qualcos’altro, ben più profondo. C’è, al pari di “Bless”, un forte accento posto sulla spiritualità, sul bisogno antico di venire a patti con la propria anima, come accade in “The same floor”, una storia d’amore che va al di là del concetto umano di tempo.

Dunque il lato spirituale dell’uomo torna a ispirare le scritture di un artista? Qui tutti sembrano impegnati a parlare di società e di visioni sul futuro…
In realtà penso che le cose siano tra loro intimamente connesse. La società in cui viviamo sta attraversando una profonda fase di cambiamento e sembra protesa unicamente alla ricerca dello “smart”, dell’efficienza digitale, del risparmio di tempo e dell’abbreviazione delle distanze. Mettiamoci anche una forte esaltazione dell’estetica, quella becera e materiale, improntata unicamente all’aspetto fisico, alla protezione di un volto giovane. Chiaro che, in questo contesto, l’esigenza di rispondere a domande di tono diverso, del tipo “chi sono davvero”, sembrano passare in secondo piano, ma temo che questo meccanismo finirà per incepparsi presto generando nelle persone interrogativi seri sulla reale essenza degli esseri umani. La connessione globale, d’altronde, al di là degli indubbi vantaggi prodotti, genera un vuoto asfissiante, manca un tassello fondamentale, in particolare nel modo di comunicare. Questo vuoto finisce, a mio avviso, per alimentare la ricerca di risposte complicate a domande difficili, che nessuno pare avere voglia di porsi. Questo disco, come già detto, è un satellite in avaria che scruta le dinamiche umane al tempo di oggi, e durante il suo peregrinare nel cielo finisce proprio per riscontrare questo passaggio decisivo. L’anima ha i suoi bisogni, richiede risposte e non accetta maschere di sorta.

Un nuovo video in uscita o sbaglio?
Un video molto particolare, costato tanta fatica e girato in condizioni estreme dentro un cratere dell’Etna. Una scelta singolare che ho voluto fortemente perché
non poteva esserci scenario migliore per “The same floor”, una strana storia a proposito di due anime che si incontrano nuovamente a distanza di secoli. C’era bisogno di un luogo simbolico, energetico, che esprimesse al meglio il legame profondo tra le persone che viaggiano nel tempo. Ricordo quest’alba gelida di dicembre, un vento poco rassicurante e la strada ghiacciata. E poi il sole che fa capolino timidamente dietro il bordo più alto del cratere e svela un paesaggio lunare, a dir poco affascinante. Voglio ringraziare il regista Andrea Sabato, che ha reso possibile la realizzazione del video, e Flavia Badolato per aver interpretato un ruolo difficile interpretando con garbo il “risveglio” e la “rinascita”, due concetti a me molto cari. E grazie, ovviamente, a Tommy Donato, Alex Tolomeo e Bernardo Procopio per aver trovato, assieme al sottoscritto, il coraggio di osare per affrontare una sfida ai limiti dell’estremo.

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