Vi prego non chiamatelo “reggae”, questa è la musica dei Wogiagia, e i Wogiagia hanno una loro cifra stilistica che non è paragonabile ad alcuna altra, per quanto il paragone possa essere lusinghiero. Ragazzi che fanno musica ce ne sono tanti nella capitale, anche molto bravi, ma la leggerezza con cui questi ragazzi ci fanno ballare sotto il palco, e in macchina non appena si accenda lo stereo, e a casa quando con le cuffie dell’ipod nelle orecchie giri ballando come un’invasata, è una peculiarità del Wogiagia Style. La cosa bella è che proprio stasera dopo una chiacchierata sui progetti futuri del gruppo, svariati fritti, un paio di gol della Roma, e qualche “birretta” ho scoperto che il wogiagia style non è solo quello che vivono sul palco, è il loro modus vivendi.

La semplicità è solo apparente, la complessità, come negli individui, sta nella quantità di spunti musicali e non solo, che si riesce a cogliere al di sotto di ogni melodia, è come se i componenti della band fossero riusciti a convincere le note ad organizzarsi in collettivo, un collettivo dentro un collettivo, in cui ognuno suona per la propria passione e per magia la sintonia che si crea è assolutamente perfetta, poi, per la proprietà transitiva degli incantesimi, se la magia dei wogiagia è nella loro musica allora questa si trasferisce anche al wogiagia stile, e se si prende la vita con il wogiagia stile, un po’ di magia passa anche su di noi. Quindi, ascoltare i wogiagia e vivere il wogiagia stile fa bene all’anima.

Inutile dire che la direzione artistica del Rising Love fa centro un’altra volta e regala agli avventori una combinazione perfetta, Wogiagia e Tonino Carotone, i primi caricano l’atmosfera, il secondo la rende talmente satura di energie che il pubblico non riesce a farlo scendere dal palco a fine esibizione, ne vuole ancora e ancora, totalmente assuefatto.

Non so se è l’atmosfera rouge del Rising Love ma il primo pezzo di questo Rumbaflamenco Tour ci proietta in un mondo fatto di passione latina, per qualche istante ho pensato che avrei visto uscire dalla folla un paio di ballerini di tango. “Come se vive in questa vita?” Ci chiede l’artista, e dalla platea si alza all’unisono un coro “È un mondo difficile”. Poi Carotone ringrazia la sua “Tribù”, così ci chiama, mentre con la sua inconfondibile voce roca, tra un pezzo e l’altro commenta il perché della scelta di metterlo in scaletta, così ci confessa “Io sono il flamenco” e poi per Zapata “per un amico che mi aspetta all’inferno”. Musica ed energia si fondono in una cadenza a tratti sincopata, battiti di un cuore che pompa adrenalina, a volte la melodia si fa più lieve quasi sussurrata. Simone Spreafico e Luca Garlaschelli sono perfetti compagni di viaggio del cantante che in questo spettacolo sperimenta le radici musicali dei paesi che lo hanno ospitato, dalla rumba al flamenco, dal tango alle canzoni polverose 50/60. Questo concerto poteva chiudersi in molti modi, Me cago en el amor tenuta per il bis da il senso melanconico e al contempo satirico di tutta l’esibizione, come nel videoclip della canzone, in realtà poi la “fiesta” continua e un coro a cappella tra Carotone e il suo pubblico da il via ad una versione inedita di  Azzurro, seguono Sono un ragazzo di strada, Tu vuoi fare il tedesco una sorta di upgrade dell’intramontabile Tu vo’ fa l’americano. Mentre ancora galvanizzati dalla serata ci dirigiamo verso l’uscita del Rising Love ci risuonano forti, come le stesse ancora urlando dal palco, le parole dell’artista, e sebbene questo sia un mondo difficile, oggi abbiamo avuto un assaggio di vita intensa, e di felicità a momenti, se poi il futuro è davvero incerto, sempre saremo grati di essere stati qui stasera.

 

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