Esordio personale per Giuseppe Vitale, in arte DEUT, autore e voce degli U Bit. Esordio grande quanto un Ep come “A Running Start”, una produzione sviluppata in prima persona assieme alla collaborazione di David Campanini. Sono 5 fotografie sfocate, in tonalità seppia, di nostalgie e piccole cose. Canzone folk di queste nuove derive di alt folk industriale con lunghi interventi di elettronica mai troppo protagonisti. Brani istintivi, rubati al caso, impattanti anche nelle grafiche che troviamo ad accompagnare i singoli brani, essenziali tratti in bianco e nero probabilmente realizzati dallo stesso Deut. E poi i giocattoli con i loro suoni sono ricchezze che accolgono l’anima dell’ascolto, c’è vicinanza. Scenari bucolici a lume di candela e costruiti di legno come nel bellissimo video del primo singolo estratto “Shadows of the night”: tutto un senso di ritorno alle origini, un correre incontro all’origine piuttosto che al futuro. E in questa chiave di lettura trovo assai coerente quel senso di calma e di dolcissima quiete che mi regala l’ascolto di questo lavoro… anche quando dentro “Waiting Eyes” incalza una sezione di drumming assai decisa. Quiete come riposo. Correre verso questa zona franca. Un disco decisamente americano nei tratti fondamentali.

Noi parliamo di “rock”… pensando più ad un certo modo di fare musica che al genere in se. In merito a questo… quanto “rock” c’è nel nuovo percorso di DEUT?
Ne ho masticato (con le orecchie) molto in pre e post-adolescenza, ho amato il punk, il grunge e la progressive ma non molto il rock “classico”, parte della rabbia e auto-riflessione (e/o autolesionismo) sono ancora in questo progetto e se consideriamo il “rock” una sorta di inquietudine allora ci ricado in pieno con entrambi i piedi. Ho fatto prog-metal per anni con passione, forse ho urlato sui palchi per non urlare per strada, in fondo dietro queste cose sussurrate di adesso ci sono tante parole a voce alta che hanno preso un’altra forma.

Perché questa rivoluzione di stile e di percorso? U BIT contro DEUT… cos’è cambiato?
Non lo vedo come un “versus”, diciamo che DEUT sono io semplicemente e che U BIT sono anche io in relazione con altre menti. La musica insieme ad altri è esplosiva, da soli inevitabilmente più riflessiva. Penso che alcune cose possano essere dette con la sola propria voce, altre invece con più ampio respiro attraverso la collettività.

Vedo sempre un certo ritorno alla semplicità levando via tante ridondanze sonore e compositore. Ritornare ad un percorso personale, “acustico”… cosa significa per te?
Acustico/personale per me significano semplice e diretto, sincero e franco.
Il mio è un acustico da camera o di strada, dove poi ho iniziato a suonare, a volte ho avuto la sensazione che la musica non servisse, che fossero dei discorsi e che bastassero a se stessi.
Un percorso del genere significa spogliarsi e dunque spogliare anche i brani, significa essere soli e fare i conti con se stessi.

Anche nel modo di presentarti – e con questo mi riferisco molto anche al video di “Shadows of the night” – questa natura che ti circonda, questo legno, questo contatto con la verità… che simboleggia?
Sono immagini interiori fatte di cose crude e tramonti improvvisi. Sono anche immagini vicine alla realtà, dopotutto c’è poco di costruito perché non sono un attore.
Se fossero simboli sarebbero i luoghi della mente, dove pace e ansia possono abitare le stesse stanze, dove luce e ombra devono convivere a forza durante lo scorrere del giorno.

A chiudere… una domanda spirituale: la finiremo di correre e torneranno ad imparare come si cammina?
Ancora non l’ho capito… ad oggi, sono ancora sospeso in un salto che dura da tempo e di sicuro desidero rallentare tutto. Serve un freno a mano a volte. Forse siamo una generazione sospesa e fragile, abbiamo paura di fermarci.

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