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Recensione a cura di Tiberio Flammia

Decelerate, nome del primo album dei “FLIM”, è composto da 5 tracce strumentali che esprimono una semplicità frutto di accuratezza e studio. I “FLIM” ,giovane band romana, sono infatti composti da Giovanni Pallotti, Davide Sollazzi e Massimo Colagiovanni: i primi due sono turnisti molto affermati, membri della band di Marco Mengoni, hanno suonato però anche con Jeff Beck e altri artisti di questo calibro. Massimo Colagiovanni è chitarrista, compositore e produttore oltre che membro anche dei Bamboo. Inoltre tutti e tre sono tra i fondatori del Bodacious Collective, gruppo di produttori e musicisti, promotore di questo disco così particolare che sfugge ad ogni catalogazione.

Se come base si può dire che sia in generale un stile post rock elettronico, ascoltando l’album si capisce che le influenze musicali dei tre artisti sono varie e complesse. Così, “Mewl” singolo di presentazione dell’album è un brano dai forti richiami elettronici che non trascura però sonorità più pop. Il nome di questa traccia deriva da un aneddoto a cui i “FLIM” hanno voluto rendere omaggio: nella prima registrazione del brano, all’inizio, si sentiva in lontananza un lamento di un bambino, “mewl” appunto.

La seconda traccia invece, più lenta e malinconica, prende spunto dal ritmo di un orologio che non va a tempo e scatta: “Idle Clock” appunto.

La musica della band e leggera e lascia viaggiare la mente nei lidi più disparati cercando di tanto in tanto di guidarla con dolci variazioni musicali, come fossero consigli, così come è evidente in “I Swear”, terza traccia dell’album, che è anche un omaggio per un amico dei componenti del gruppo.

Chiedendo ai “FLIM” i significati dei titoli ho scoperto che “Mirza”, quarta traccia dell’album, è in realtà un nome frutto di fantasia e che in precedenza era stato pensato anche come nome per la band.

Questo è senza dubbio il brano più evocativo dell’album grazie ad un ritmo incalzante ed ipnotico che sembra innalzarci solo per lasciarci poi sospesi nel vuoto quando il brano finisce, bruscamente.

Il brano di chiusura, “Opening”, cover di Philip Glass, sembra quasi non avere nulla a che fare con l’album. Su un giro di pianoforte dolcissimo si innesta dopo qualche minuto un beat che diventa sempre più forte e ritmato e che ci riporta verso le sonorità della band, senza però mai sormontare il piano, sulle cui note si spengono brano ed album.

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