Gruppo: Dark Moor

Disco: Ars Musica

Etichetta: Fuel records

Genere: simphonic power metal

Anno: 2013

Etichetta: Scarlet Records

Contatti: http://www.dark-moor.com/

https://www.facebook.com/pages/DARK-MOOR/69276031993

DARK MOOR – Ars Musica – (uscito il 18 giugno)

Quindici anni di carriera alle spalle e nove album all’attivo non sembrano affatto aver pesato sullo stato di forma e sull’immensa verve creativa dei quattro talentuosi madrileni, che, con l’ultimo lavoro, Ars Musica, prodotto da Luigi Stefanini (Labyrinth, Vision Divine, Rhapsody of fire), paiono voler giocare la carta della “sobrietà”. Lo fanno snellendo decisamente il proprio sinfo-power sound, fatto spesso di pompose porzioni orchestrali e corali, di lunghe cavalcate in doppia cassa, e di funambolici soli di chitarra: elementi questa volta dosati, nelle varie tracce, col contagocce, preferendo assestarsi, in più occasioni, su patterns ritmici rallentati e lineari, e su linee melodiche più eterogenee. Un minuzioso track by track è quindi d’obbligo.

Dopo una ouverture di stampo wagneriano, parte la diretta e grintosa First Lance of Spain, contraddistinta da rocciosi riff di chitarra, da un chorus che più epico non si può, e da un azzeccatissimo guitar solo centrale: un inizio “secondo copione”, ma sicuramente vincente. Sono i due successivi episodi, This is in my way e The road again, a spiazzare, invece, l’habitué del power “tout court”, con ammiccamenti all’AOR/hard rock melodico dei Ten, specie negli emozionanti refrain (perfino la calda timbrica vocale di Alfred Romero ricorda qui, a tratti, quella di Gary Hughes). Si prosegue con i due mid-tempo Together as Ever, song heavy-prog Avantasia-style, e The city of Peace, entrambe caratterizzate da un bridge e un ritornello di facile presa e da ponderati quanto efficacissimi intrecci strumentali chitarra-tastiera (evidenziare la maestria tecnico-compositiva del mastermind Erik Garcia risulta scontato). Spazio al sentimento con Gary & Joney, ballatona introdotta da suadenti note di piano, e sorretta dalla superba prestazione di un Romero sugli scudi, che si chiude con un refrain corale polifonico in crescendo. Poi, esulando dall’impianto generale dell’album, esplode in tutta la sua magniloquenza Living in a Nightmare, che strizza l’occhio tanto al “film score metal” dei nostrani Rhapsody of Fire, quanto agli svedesi Dragonland. Qui i Dark Moor pigiano infatti, con decisione, l’acceleratore, e innalzano il tasso adrenalinico dell’album, in un tripudio di riff intricati, imponenti orchestrazioni barocche, e suggestivi vocalizzi teatrali, tanto cari al nostro Fabio Lione: piccolo salto nel passato discografico della band, con un perfetto esempio di power metal sinfonico elevato all’ennesima potenza.

Si cambia ancora registro con l’ultra-spagnoleggiante e multi-sfaccettata El ultimo rey (che, come First Lance of Spain e Gary & Jonay, vuol essere un inno al patrimonio storico spagnolo), cantata in madrelingua da un ispiratissimo Romero, il quale, con enfasi quasi tenorile, si rivolge, nell’ammaliante refrain, all’ “amada mujer Granada” (il pezzo potrebbe essere tranquillamente riarrangiato in chiave lirica e, perché no, affidato alla possente ugola di Placido Domingo).

Nella successiva e cadenzata Saint James’ Way si sentono echi degli ultimi Edguy, ed è un incalzante e reiterato chorus a più voci a farla da padrone.

Chiude l’inappuntabile e variegato lotto di brani la strumentale Asturias, rivisitazione in chiave metal dell’omonima suite, originariamente scritta dal pianista compositore Isaac Albéniz nel 1890. Si inizia con un Allegro ma non troppo evocante lo stile del flamenco e costruito sulla ripetizione del tema principale: un rincorrersi staccato di semicrome viene qui ripercorso dalle magie chitarristiche di Eric Garcìa, e,dal pianissimo iniziale, il brano si sviluppa ossessivamente in un lungo e incalzante crescendo. Raggiunto l’apice, il tema si scioglie in un diminuendo poco a poco, fino all’ampio solo finale. Standing ovation, quindi, per i Dark Moor, che, con questa prestazione superlativa, si riconfermano maestri indiscussi anche nella riproposizione di brani classici.

Questo album, del tutto privo di fillers (anche la versione acustica di The Road again e quella strumentale di Living in a Nightmare, le due bonus track finali, sono pezzi di assoluto valore) o passi falsi, rappresenta l’apice compositivo di una band matura che sa assolutamente il fatto suo e conosce ormai a meraviglia l’arte di ammaliare l’ascoltatore con coinvolgenti melodie e arrangiamenti di livello superiore.

Testo a cura di Alberto Carmine

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