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Gli anni ’80. L’edonismo degli anni ’80. I capelli cotonati anni ’80. Gli abiti con le spalline anni ’80. La Milano da bere anni ’80. La musica anni ’80. Il dilemma Duran o Spandau anni ’80. Siamo nel 2016, nel pieno del revival anni ’80, e se nel lontano 1984 c’era una rivalità tra due dei gruppi che forse rappresentano di più quegli anni, appunto Duran Duran e gli Spandau Ballet, a distanza di 30 anni di quella rivalità non ha più senso parlarne, almeno non qui, all’Ippodromo delle Capannelle a Roma, dove i Duran Duran hanno aperto la stagione 2016 del Rock in Roma, spazzando via ogni dubbio in proposito, dimostrando che gli anni ’80 sono forse il decennio che gli ha portati al successo, ma per continuare ad essere una band di successo ci vuole molto di più che un po’ di lacca e ancheggiamenti vari: il talento e la musica.
Si inizia con “Paper Gods“, la title-track del loro ultimo lavoro targato 2015, ma non si ha neanche il tempo di fare considerazioni sul fatto che siano ancora tutti in ottima forma (all’appello manca solo Andy Taylor alla chitarra, per il resto la formazione è quella originale con Simon Le Bon alla voce, John Taylor al basso, Nick Rhodes alle tastiere e Roger Taylor alla batteria) che subito “SBAM!”, arriva “The Wild Boys“, a tutt’oggi (ma e’ una mia considerazione personale…che però sò per certo molto condivisa) una delle canzoni con uno dei video più belli mai girati, che ancora oggi regge il confronto con i più moderni ed “effettati” video musicali.
Come dice il testo della canzone quando “the wild boys are calling on the way back from the fire“, il pubblico risponde, ed è un boato! E non esiste più ne tempo ne luogo da questo momento in poi! Per più di un ora e mezzo sarà un continuo “Oddio te la ricordi?”, “Questa era la mia preferita!”, “Ma dai! Non sapevo che questa fosse loro!”( ascoltando “Pressure Off” gli appassionati di calcio sanno di cosa parlo). Una menzione particolare va a “Come Undone“, che giustamente Simon Le Bon dedica agli amanti della musica,  essendo questo un pezzo di una bellezza e intensità veramente uniche.
Planet Earth” dal vivo è un uragano, dove è vietato stare fermi, in realtà stare fermi è cosa difficile per tutta la durata del concerto, e d’improvviso “Planet earth is blue, and there’s nothing I can do”: il bellissimo viso di David Bowie appare sullo schermo e una piccola “Space Oddity” è l’omaggio che i Duran fanno al grandissimo Duca Bianco.
A concludere il concerto “Save a prayer” e “Rio“, con una curiosa, ma non troppo, presenza sul palco: negli anni ’80 quando si parlava di Duran Duran in Italia non poteva mancare Red Ronnie, attaccato a loro 24 ore su 24, seguendoli dappertutto, e portando le telecamere anche in mezzo alle fans, facendo diventare anche loro protagoniste filmando e documentando, forse per la prima volta, quanto difficile, faticosa e spesso incompresa fosse la vita delle fans (intuendo la potenza commerciale di questo fenomeno, quindi più che naturale che Red Ronnie fosse qui anche l’altra sera sul palco a filmare parte del concerto).
E’ proprio il caso di dire “The wild  boys were back in town“!
SCALETTA CONCERTO:

 
– Paper Gods
– The Wild Boys
– Hungry like the wolf
– A view to a Kill
– Come Undone
– Last night in the City
– What are the Chances
– Notorious
– Pressure off
– Planet Earth/Space Oddity
– Ordinary World
– I don’t want your Love
– White Lines
– Sunrise/New Moon on Monday
– The Reflex
– Girls on Film
– Save a prayer
– Rio

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