Ho voluto dare un taglio popolaresco a questo titolo non per sminuire ne per mancare di rispetto. Ma perché in questo primo lavoro di inediti personali della famosa violinista Chiara Giacobbe ho scoperto e rintracciato tantissima tradizione popolare, intesa proprio come incontro umano e spirituale di una musica, di un disco, di un linguaggio che sia comune. Di certo siamo spesso e volentieri nel campo dell’Irish e del rock on the road che si macchia di questo. E di certo ci sono anche ingenuità che competono ad una violinista di prima linea che per la prima volta si approccia ad un lavoro tutto suo. Dal video che forse avrebbe dovuto restituire una maggiore coerenza di stile ai suoni che probabilmente, da un0anima così apolide, avrei voluto fossero più popolari di rione e meno istituzionali di main stream. Si intitola “Lionheart” questo esordio e noi lo ospitiamo in questa dolcissima intervista:

Dagli Yo Yo Mundi alla vita da solista. Pregi e difetti?
La cosa che piu mi stimola del suonare con la mia band é il poter portare in giro la musica che ho scritto e farlo con i ragazzi che suonano con me, con i quali mi sento davvero in famiglia. Al momento sono decisamente felice e non trovo difetti, non vedo negatività. Sono comunque presente nella line up degli Yo Yo Mundi e mi piacerebbe che queste due dimensioni, entrambe davvero gratificanti, procedessero di pari passo.

Quanto folk e in quante sfumature hai messo in questo disco?
Non ho mai pensato di mettere sistematicamente del folk o sfumature di quello o altri generi nella mia musica, credo che le influenze si intromettano spontaneamente nella scrittura di tutti i musicisti, che sia normale, ma ho scritto liberamente, non ragionando sulla direzione che avrebbe preso il disco. Sicuramente alcuni degli strumenti presenti nel disco appartengano alla tradizione folk, primo tra tutti proprio il violino, ma preferisco pensare a un crossover, se proprio si deve definire. Il nome stesso della band è misto: “chamber – termine di estrazione classica – folk – definizione della musica della gente” (ispirato dalla definizone che diede Paolo Vites del sound della band).

Qualcosa che manca?
Manca qualcosa, o meglio, manca molto alla musica in Italia da parecchi anni. Ma non credo che fissarsi su ciò che ci è ststo tolto possa risolvere alcuni problemi. Io e la mia band stiamo vivendo un bel momento; un disco che sta andando bene, un po’ di concerti all’attivo e un pubblico che ci ha accolto con amore sono cose di cui gioire.

Ma l’Italia? Insomma te l’avranno chiesto in tanti e noi non siamo da meno. Hai una scrittura internazionale che non sembri italiana. Ma dovrai aver preso qualcosa da noi…
Molto! Io sono cresciuta ascoltando i cantautori italiani, Morricone, Nino Rota, Alberto Camerini, La Bertè, oltre alla musica britannica e americana. E anche la letteratura italiana (Buzzati, Calvino, Pavese, Alda Merini, Dacia Maraini, per citarne qualcuno) mi ha ispirata. L’Italia è il mio paese e io lo amo, amo il senso mediterraneo della vita, amo tutta la storia che è presente in ogni borgo, in ogni vicolo e vecchia chiesa, sono “fatta” di tutto questo, tutto mixato insieme.

Eppure dal video mi sarei aspettato un piglio più bohémien… non trovi?
Particle Physics è una canzone che parla ironicamente di una donna che, stanca delle delusioni amorose, decide follemente di inventare una formula per la conservazione delle particelle d’amore. Abbiamo optato per una dimensione quasi onirica, dove, in un ambiente bucolico, la nostra protagonista allestisce un laboratorio da inventrice pazza. Ci piaceva il contrasto. Però il tuo potrebbe essere un ottimo spunto per il prossimo video!

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