Raccontare l’Italia di oggi per quella che è, ma con un pizzico di ottimismo, si può. Lo sa bene Dario Brunori, in arte Brunori Sas, e lo sa bene il suo pubblico, che ieri radunato al Carroponte cantava in coro “la realtà è una merda, ma non finisce qua”. Con il suo quarto album, che gli ha permesso di uscire dal cerchio della musica italiana indipendente (termine che purtroppo va a braccetto con “di nicchia”), Brunori è portavoce di uno status comune, di una generazione definita in maniera semplicistica come quella dei “bamboccioni”, ma che per forza di cose vive in stato precario il lavoro, i sentimenti, e la vita in generale.
Il titolo del disco, “A casa tutto bene”, è un invito ad uscire da quella che gli anglosassoni chiamano “comfort zone”, a reinventarsi giorno per giorno, ad accettare nuove sfide, abbattere le quattro mura dove spesso ci rifugiamo per evitare di prendere altri pugni in faccia. “A casa tutto bene” è un album magnifico e scomodo, che non fa giri di parole, che mette spalle al muro a partire dal primo brano con cui Brunori apre anche il concerto, “La verità”: “La verità è che non vuoi cambiare, che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più”. Mentre la si canta, in platea, ci si scambia sguardi impacciati ed empatici, quasi si stesse dando ascolto al consiglio comune di un vecchio amico.
Brunori, in giacca e camicia, accompagnato dalla folta e storica band, prosegue con “L’uomo nero”, ritratto del falso perbenista che vive di luoghi comuni: il concerto è un vero e proprio ritratto del nostro Paese, è come sfogliare un quotidiano in cui gli articoli si sono trasformati in canzoni. E così “Lamezia Milano” è quel malessere che non ci lascia mai, tra il terrore di un attacco terroristico e l’intrusione della tecnologia della quale siamo dipendenti; “La vita liquida”, condizione contraria a quella del cosiddetto uomo tutto d’un pezzo, costretto ad adattarsi alle incertezze del suo tempo; “Colpo di pistola”, che racconta il femminicidio dal punto di vista folle del colpevole; la corruzione e l’indolenza di “Don Abbondio”, “nelle scuse, nelle giustificazioni, (…) nella bocca che si apre solamente per mangiare”.
Brunori chiacchiera con il pubblico tra un brano e l’altro, scherza sulle proprie movenze impacciate sul palco a causa del suo essere poco sportivo, ma si dice emozionato e felice, e lo si evince dalla voce. Ringrazia i presenti e, definendosi “vecchio dentro” per il suo modo maturo di fare musica (vicino alla scuola del cantautorato italiano, di cui è degno erede), dà quindi alla folla divertita l’appellativo di “enorme reparto geriatrico”, spiazzando poi tutti con un improvviso intro degli AC/DC tra un brano e l’altro. Nella scaletta lascia spazio anche ai successi del passato, tra cui la bellissima “Come stai” che dedica al papà scomparso e “Italian Dandy”, quelle canzoni-fotografie in bianco e nero che fanno parte dell’album personale dei ricordi dell’artista, assieme a “Guardia ‘82”. E ancora le immancabili “Kurt Cobain” e “Arrivederci tristezza”, seguite dalla sarcastica “Rosa” e dalla bellissima “Lei, lui, Firenze”, dedicata poco prima al microfono a una coppia nel pubblico che ha annunciato di voler convolare a nozze. “Nonostante le decine di canzoni che ho scritto contro il matrimonio” aggiunge Brunori tra le risate. Il finale è per una versione de “La verità” solo voce e pianoforte (“così la cantiamo insieme, che quando la facciamo a inizio concerto sono sempre un po’ agitato”), seguita da “Canzone contro la paura” e “Secondo me”. E non è un caso che l’artista abbia voluto congedarsi con i due brani più positivi dell’ultimo album.
Brunori non predica: l’invito a mettersi in discussione è rivolto anzitutto a sé stesso, tenendo ben presente sempre da dove si proviene, chi si è veramente. “Ma non ti sembra un miracolo che in mezzo a questo dolore e tutto questo rumore, a volte basta una canzone, anche una stupida canzone, solo una stupida canzone, a ricordarti chi sei”. Grazie per avercelo ricordato, stasera.

Comments

comments