Riuscireste a immaginare un gruppo di festanti anarchici invitati ad un pranzo reale di corte? Eppure a pensare alla ciurma dell’Arizona esibirsi in un luogo sacro della musica classica come la sala Petrassi dell’Auditorium (o almeno questi erano gli intenti quando fu progettato) un pensiero al riguardo ci scappa, insieme ad un sorriso beffardo per un’analogia che non sembra poi così lontana dalla realtà.

Tanto che buona parte del pubblico non è nemmeno molto preparata nel capire che gli orari in una location del genere non sono un’opinione, col risultato che sono ancora in molti a cercare la propria poltrona (con torcia del cellulare sparata ad altezza uomo) quando le luci si abbassano e i riflettori convergono sul palco. Ad aprire le danze, e mai termine fu più calzante, ci pensa il Mexican Institute Of Sound, ovvero un progetto collaterale di Camilo Lara, simpatico intrattenitore e tastierista degli stessi CALEXICO, che riprende musiche, colori e luoghi comuni del suo paese d’origine (il Messico, of course) per infarcirli basi electro-maranza, latinità di grana grossa e una voce che sembra la versione afona di Manu Chao, in un mix letale che va a ripescare alcune delle soluzioni dance anni ’90 che speravamo fossero state divorate dall’incedere inesorasbile dell’oblio. Ci foassero delle idee si sarebbe potuto pensare a dei Maldita Vecindad finiti nel catalogo della Grand Royal, ma ahinoi quello che ascoltiamo è al meglio un duetto con tale Julia in odor di Radio Mambo, mentre la situazione migliora un filo, almeno per la ricchezza degli arrangiamenti, quando gli stessi CALEXICO anticipano la loro salita sul palco quasi al completo per un paio di episodi finali.

Pochi minuti per digerire il tutto e poi, finalmente, il piatto principale viene servito e il suo sapore di frontiera rapisce immediatamente i nostri sensi e non solo il palato, anche grazie ad una scaletta piuttosto lunga e sapientemente variegata, divincolandosi tra i brani nuovi dell’ottimo comeback ‘The Thread That Keeps Us’ e il loro repertorio classico, da esplosione immediata da parte del pubblico sin dalle prime note. Il primo aspetto che colpisce sin dai primi brani è il perfetto equilibrio raggiunto nel “dominare” e bilanciare i diversi ingredienti della loro proposta, riuscendo a far convivere con disinvoltura distorsioni in minore e timrbica oscura che potrebbero appartenere ai 16 Horsepower con armonie mariachi e tex-mex tutt’altro che da cartolina e anora una volta congeniali a far rivivere i solchi di un suono del tutto peculiare e che appartiene di diritto a Joey Burns e John Convertino, probabilmente sin da quando militavano nei mai troppo osannati Giant Sand di Howe Gelb.

Alcuni mometi di latinità intimista ci fanno sprofondare in un mare di ricordi che giacevano in un cassetto lasciato volutamente socchiuso, per poi un attimo dopo aizzarci ad abbandonare le nostre comode poltrone e lasciarci guidare dalla ritmica pepata di una cumbia dispettosa e gaudente, con buona parte del pubblico che non aspettava altro che un segno per catapultarsi sotto il palco, sotto lo sguardo lievemente preoccupato degli assistenti di sala. L’ottetto sul palco soppesa ogni singolo momento con l’ensafi necessaria, spaziando per l’appunto con disarmante naturalezza in tutte le sfaccettature del loro concetto di Frontiera, quella vissuta come quella immaginata o riletta con colori nuovi e pennellate cangianti.

Un album seminale come Feast Of Wire viene preso d’assalto per il pubblico ludibrio dei convenuti, mentre Joey Burns scherza a più riprese col pubblico, ricordandoci di quando suonarono al concerto del Primo Maggio di un bel po’ di primavere or sono; e ripensando alle loro passate esibizioni, specialment quella capitolina al Palladium del 2001, non possiamo che sottolineare quanto lo stesso Burns sia migliorato in maniera incredibile proprio nelle vesti di cantante: non più uno degli “strumenti” a volte quasi sullo sfondo ma in primo piano, facendosi carico di sensazioni ed emozioni portate in dote da tutti gli altri musicisti della band, con quelle melodie che alla fine ti lasciano addosso la solitudine aperta di un vento desertico o ti colano dall’alto come gocce di rugiada un una foresta perduta e lontana.

Una tequila forte, una fisarmonica sgambata, un rituale antico, uno scontro culturale che diviene sinergia, la cumbia, il rock’n’roll e una preghiera pagana.

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