Blackout Rock Club, Roma 13.9.2013

Lo storico Blackout forse il club romano che meglio si confà a concerti come quello a cui ho assistito stasera. Il Great Northwest americano culla di nomi importanti, quasi mai altisonanti, di un tipo di rock che per convenzione chiamiamo “indie rock”, alludendo al carattere indipendente della musica prodotta. Non sono molto d’accordo con questa definizione. Il fatto che, quello dei Built to Spill, anzichè indie rock andrebbe chiamato addictive rock.

Un muro del suono che ti attira a se ti fa penetrare ogni suo centimetro con tutti e cinque i sensi: questi sono i Built to Spill. Tre chitarristi compongono il nucleo originario della band nativa di Boise, nell’Idaho: oltre al cantante Doug Martsch, Brett Netson e Jim Roth. Al basso e alla batteria, rispettivamente, i “nuovi arrivati” Jason Albertini e Steve Gere – quest’ultimo giovanissimo e, ad un primo approccio, apparentemente un po’ imbranato. Divertente vederlo alzarsi da dietro la batteria e correre timidamente da Doug Martsch per fargli chiedere, a metà concerto, di spegnere le fastidiose luci stroboscopiche.

Il set dei Built to Spill anticipato da quello di tali Disco Doom di Zurigo, Svizzera: se come me non li conosci, quello che ti aspetti dal nome il contrario di quello che stai per sentire: due chitarre, basso e batteria dal sentore post-rock. Molto bravi e perfetti per introdurre il main act. Quando i Disco Doom abbandonano il palco, un po’ capisco perch i Built to Spill vengono definiti indipendenti: tecnici di loro stessi, cominciano a montare gli strumenti. Poi, senza troppe moine attaccano a fare quel casino elettrico che causa dipendenza. Goin’ Against Your Mind, e si vola: i primi due minuti del set sono il loro biglietto da visita, con un assolo di chitarra incredibile prima che Doug parta col cantato.

Per qualche motivo, il volume della voce di Martsch bassissimo, e se non lo guardi, a stento ti accorgi che la musica non solo strumentale. Nel set, molte perle. Pezzi storici, come You Were Right, Big Dipper, Stab, Carry The Zero, Pat. Le prime file del pubblico pullulano, da un lato, di volti in estasi per gli assoli di Jim Roth e, dall’altro, di sguardi divertiti per l’aspetto barboneggiante di Brett Netson, che suona fumando come un turco, a volte sedendosi su di un amplificatore. Nel bis, cover-sorpresa di How Soon Is Now? degli Smiths e Cowgirl In The Sand di Neil Young – e qui Jim Roth si scatena con la sua Fender. Ottimi, davvero. Grandi Built to Spill. Sentiremo la mancanza del Grande Nordovest americano, qui a Roma.

Ringraziamo il Blackout Rock Club per l’ospitalità e Ausgang Concerti, ricordando che la data di stasera fa parte della Rassegna Ausgang, qui potete trovare le altre date.

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