Testo a cura di Alberto Carmine

In un’inflazionatissima scena underground italiana che pullula di nuove realtà metal troppo derivative, del tutto prive di originalità e dedite, quindi, all’arte della clonazione nuda e cruda di un’infinita schiera di capifila stranieri, trovare una band dal soundpersonale e di taglio internazionale come quella degli Hell’s Island, è sempre più spesso impresa ardua.

Certo i riferimenti importanti non mancano nell’Ep autoprodotto Black paintedcircle, terzo nella decennale carriera del quartetto bresciano, e accolto alla grande, ad un anno dalla sua uscita, da una miriade di webzine, in Italia e all’estero. Evidente è infatti l’impronta, nell’inquietante quanto oscuro impasto sonoro proposto da Roberto Negrini (chitarra e voce) e compagni, dei losangelini Tool (specie nell’uso di tempi dispari e nelle poliritmie tanto care a Danny Carey), così come quella dei primi Soundgarden (la timbrica di Negrini si avvicina in più di un’occasione a quella di Chris Cornell) e degli Alice in Chains. Ma, cosa da sottolineare, non ci troviamo di fronte ad un mero lavoro di scopiazzatura, bensì a una sapiente e calibrata rielaborazione di correnti musicali che si affermarono con prepotenza negli anni Novanta.

Dall’apripista G.O.D. (Guilty of Dying), con un inizio che rimanda ai Rage against the machine d’annata, alla quarta e conclusiva traccia, Down Again, è costante, quindi, il fondersi, in maniera omogenea, di due componenti: l’art-progressive rock, elevato all’ennesima potenza da Maynard e soci, da un lato, e il classico Seattle sound, dall’altro.

Non c’è spazio per la monotonia in questo Cerchio nero, grazie al continuo alternarsi di roboanti deflagrazioni elettriche, caratterizzate da riff taglienti come rasoi (ottimo il lavoro svolto dalle due asce Roberto Negrini/Michele Grizzi), sorretti da un’imponente base ritmica (anche Tania Vetere al basso e Michele Tonoli alla batteria sanno davvero il fatto loro), e di pause interlocutorie.

Un disco buio anche liricamente, orientato com’é verso le tematiche tipiche del grunge primigenio: dal viaggio nei più profondi recessi dell’animo umano al mal de vivre, agli incessanti interrogativi sull’esistenza di un’entità superiore.

 

Che dire in conclusione? Nella musica degli Hell’s Island ci sono tutti i presupposti per un definitivo salto di qualità. Non resta altro che attenderli al varco, allorché si troveranno alle prese con la fatidica prova “full-lenght”, dove saranno obbligati a prendere maggiormente le distanze dai succitati mostri sacri che li hanno sinora ispirati.

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