Forse debole nell’estetica di questa pronuncia inglese ma decisamente un sollievo “rock” per chi vive di grandi nostalgie canaglie. “Passion, Love, Heart & Soul” di Beppe Cunico è proprio dedicato a chi in casa fa girare ancora dischi degli Who, dei Police, dischi dei Genesis e per chi ha nelle vene quei suoni epici di gloriose opere progressive, per niente ligi al dovere delle mode e delle estetiche di copertina. Con Beppe Cunico si parla di “rock”, questa volta in ogni senso alto di questa parola.

Noi parliamo di rock. Disco decisamente rock questo, innegabile. Ma pensando al rock che c’è nel modo di scrivere e di vivere la musica… questo lavoro si fa più rock di tanti altri. Non pensi?
Si certo, ho fatto un disco, per certi versi, d’altri tempi. Tutto suonato, molto interpretato, con tutti i suoi pregi e difetti. Ho cercato, assieme ai miei amici musicisti, di trasmettere la passione più che la precisione. Tutto doveva essere coinvolgente.

Possiamo dirlo? Questo è un disco sociale a tutti gli effetti… vero?
Direi di si. Le esperienze che racconto sono comuni a molte altre persone. Purtroppo, l’egoismo, l’avidità e l’opportunismo della classe sia dirigente-finanziaria, che politica ci ha massacrato. Distruggendo prima il nostro patrimonio culturale con l’avvento del “berlusconismo” e poi dissanguando le nostre tasche di soldi sudati, con fallimenti pilotati. Per non parlare poi degli stereotipi della società moderna, falsi e pericolosi, che vogliono farci vivere in maniera apatica e consumista di cose inutili. Le maggiori vittime di tutto questo sono i teenagers dove anoressia, mancanza di autostima e poca propensione a spingere i propri limiti sono tristemente comuni. C’è bisogno di una ribellione.

Per quanto sono numerosi i momenti personali… autobiografici… vero?
Con “The Beginning” riassumo il mio percorso musicale, fino alla creazione di X Land Studio. Poi con “An Evening with Steven Wilson” racconto la scintilla che mi ha trasformato in cantautore. “Growing and Fighting” tratta la lotta all’anoressia e con “My Life” racconto l’amore e l’ammirazione verso mia moglie Alessandra, sempre al mio fianco da 40 anni. In “One Special Day” parlo dell’incredibile gioia che ho provato nel suonare questo disco con i miei amici, è un’ode all’amicizia.

Da batterista a cantautore epico, rock, progressivo… perché questa trasmutazione?
Ho suonato fino a 26 anni la batteria, poi ho smesso per fare l’ingegnere del suono nel mio studio, sempre seguendo l’attività di pasticceria che ho con mio fratello e mia moglie. Poi nel 2006 causa la malattia di mio padre ho abbandonato tutto per aiutarlo e per seguire l’attività di casa.
Fino al 26 aprile 2016. Data storica, per me. Al Rossetti di Trieste ho assistito al più bel concerto della mia vita. Steven Wilson con la sua band mi ha letteralmente steso e cambiato vita. Sono uscito con la certezza che dovevo mettere in musica le mie sensazioni e le mie esperienze. Dovevo colmare una lacuna. Mi sono messo a studiare chitarra e canto e poi, come un fiume in piena, le canzoni hanno cominciato a prendere forma. Sinceramente quando le riascolto, ancora non posso credere d’averle scritte.

Tra l’altro torni a mettere in scena un genere assai distante dalle mode discografiche… sei cosciente di questo?
Certo. Io sono un indipendente underground e non ho niente da condividere con la cosiddetta “discografia ufficiale” o con i finti artisti dei talent. Scrivo a sensazione, senza pormi limiti e lascio la fantasia viaggiare. Sicuramente il mio background degli anni 70 e 80 si fa sentire, ma d’altronde, quello lì è il mio mondo.

Bellissimo il video di “Silent Heroes”… ce lo racconti?
Tutto nasce appena finita l’ultima puntata della serie Chernobyl di HBO, mi sono uscite d’istinto le parole del testo e le ho subito musicate. È nata subito anche l’idea del video, volevo delle animazioni grezze, per trasmettere la drammaticità.
Avevo 21 anni quando è esploso il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl e solo ad anni distanza ho preso coscienza dell’impatto di quell’accadimento. Ho in qualche modo voluto comunicare il dramma di quel momento attraverso i disegni e le animazioni, mentre con le parole e la musica ho voluto rendere omaggio a quei quasi 600.000 eroi silenziosi, tra scienziati, pompieri, soldati, minatori e gente comune che con umiltà e abnegazione, si sono sacrificati per salvare il mondo. La canzone vuole essere anche una condanna ai politici del regime, pronti solo a salvare il proprio status personale e l’immagine dell’infallibile “super potenza sovietica”.

https://www.youtube.com/watch?v=DPvnibM8P9w

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