Nelle tante stagioni del rock internazionale abbiamo assistito all’anonimato come forma estetica del volto artistico di chi stava sotto le luci. E non solo nel rock… la canzone d’autore è piena di queste esperienze e non ultima arriva quella di BARRIERA, torinese di cui ormai inizia a conoscersi praticamente tutto perché il suo non è una violenta dedizione all’anonimato ma una voglia di non apparire in modo sfacciato e spietato come ormai tutti fanno. E condividiamo a pieno, lasciando così alla musica il compito di essere se stessa. Barriera rilascia in rete 3 singoli e relativi video ufficiali che vi proponiamo di seguito: e giudicate voi quanta bellezza e sensibilità dietro la rivoluzione metropolitana di questo noir torinese che serve come matrice espressiva all’indie pop di barriera per raccontare le distanze, le paure, le tante pieghe della consapevolezza che viviamo ogni giorno. Non è questione di volto e di nomi. È solo una questione di personalità…

Noi spesso parliamo di Rock. Rock come modo di essere e non di apparire, come scrittura e non come suono o arrangiamenti. Quindi se ti chiedessi quanto e se ti senti un cantautore rock?
Il rock è tutto il primo strato della mia educazione musicale. Questa voglia di esprimermi con la musica mi è venuta a 15 anni quando ho scoperto Led Zeppelin IV, quindi direi che anche se non ci sono chitarre nei miei pezzi, quel primo imprinting rimane tutto.

Dalla canzone d’autore italiana, quella classica, cosa pensi di aver preso e in cosa pensi d’aver preso una qualche forma di eredità?
Una certa riflessione sulla parola e un certo rapporto con la letteratura. Adesso la tendenza mi sembra sia vergognarsene un po’ dei flirt tra poesia e canzone. Poi, eredità è una parola grossa.

Sociale… la musica delle nuove voci italiane è sempre più orientata nel sociale, inteso più come vissuto personale nel mondo che come vissuto di popolo. Sta diventando tutto molto autoreferenziale, non è così?
Sì, è cosi da tempo. Mi pare sia un po’ la cifra dei tempi, però. L’unica cosa in cui riusciamo a identificarci come generazione sono le esperienze personali, i sentimenti, la quotidianità. Mi sembra una cosa molto più grande di noi però, in cui siamo immersi tutti

Chi c’è dietro questo nome? E perché tanta reticenza nel rivelarlo?
C’è qualcuno che scrive canzoni e racconta storie. Volevo presentarmi come una voce immateriale per raccontare tutti i luoghi che formano le mie canzoni. Se mi cerchi online però mi trovi, non c’è nessun anonimato.

In generale, pensi che l’anonimato, in vista di grandi fenomeni come Liberato, sia un’arma efficace per la comunicazione?
Sinceramente, no. O meglio, da un certo punto in poi. Se qualcuno tira fuori qualcosa di forte, che arriva a tante persone, allora il fatto che si celi può dare una spinta al fenomeno. Ma su scale più piccole è un dato come un altro. Nel mio caso è più una questione estetica che non di comunicazione.

Comments

comments