Due date romane andate subito sold out, il motivo è semplice per una band valida come questa, meno ovvia per altri invece è la loro capacità di mettersi sempre alla prova con qualcosa di diverso. L’ultimo lavoro degli Arctic Monkeys, ha generato non poca sorpresa al primo ascolto, e forse è questa la cosa migliore che ci si possa augurare ogni volta che una band si prende il suo tempo per produrre qualcosa da mettere nell’album successivo. Alex Turner in prima linea rappresenta la sintesi della loro produzione, sia fisicamente sia come esempio di crescita e maturazione “consapevole” in un ambiente come quello discografico attuale, in cui non deve essere facile muoversi vista la sua realtà spesso contraddittoria e complicata.

Gli Arctic Monkeys decidono in maniera piuttosto naturale di non essere altro che loro stessi, ma nella piena consapevolezza di avere da sempre una marcia in più da sfruttare. I ragazzi di Sheffield che quasi venti anni fa venivano partoriti dall’ambiente indie urlanti e pieni di energia, oggi non rinnegano le origini ma non fingono neanche che il tempo non sia passato. Quel mondo che conoscevano agli esordi è già diventato altro e l’attualità che erano abituati ad interpretare principalmente con leggerezza, come era giusto fare quando erano poco più che adolescenti, oggi li aiuta ad esplorare mondi nuovi in cerca di risposte a domande probabilmente più profonde. Per questo tutte le esperienze fatte fino ad ora, inclusa questa consapevolezza, e le nuove personalità che hanno sviluppato, sono confluite di volta in volta nei loro lavori. Perché ci si aspetta che un gruppo, per piacere, sia sempre essere simile a se stesso? Questa è una domanda che nella carriera delle band arriva sempre inesorabilmente. Perché la ripetizione potrebbe essere la via più facile ma anche quella più diretta verso la noia. Gli Arctic Monkeys invece non hanno preso scorciatoie, hanno abbracciato un tipo di ispirazione più trasversale ma su misura, cavalcandola come un’onda che invece di infrangersi sulla solita spiaggia li ha portati su universi diversi. Essere di passaggio è un pregio, non un difetto, perché vuol dire “vivere attraverso”: benvenuti al Tranquility Base Hotel & Casino.

In apertura abbiamo avuto il piacere di vedere sul palco Cameron Avery, cantante e polistrumentista australiano, che oltre ad aver contribuito all’album degli Arctic Monkeys fa parte a pieno titolo della loro line-up live (e sul suo curriculum ci sono anche i Tame Impala).

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