Se il postino bussa sempre due volte e l’assassino torna sempre sul luogo del delitto, perché gli ANVIL non potrebbero tornare a suonare nel locale di via Tiburtina a meno di due anni di distanza dal loro precedente concerto capitolino? Detto fatto, ma questa volta con un nuovo album “under the belt” e all’interno di una situazione che vede un bill profondamente anni’80: serata aperta da due band romane, dal metal maramaldo e arrapato degli Underball (letteralmente “sottopalla”, devo aggiungere altro?) al più compatto e serioso death progressivo dei Gravestone, sul palco salgono delle vecchie (mai aggettivo fu più calzante) glorie dell’heavy metal teutonico, ovvero i TRANCE dei veterani Markus Berger e Thomas Klein, che negli ultimi tempi hanno rimesso su una line-up coesa e credibile, riproponendo il loro materiale storico “ottantiano” in una versione tirata a lucido anche grazie a Nick Holleman, nuovo vocalist dalla timbrica squillante sebbene faccia parte di quella scuola di pensiero (e di ugola) degli strilloni monodimensionali. Melodie che enfatizzano la palese influenza degli Scorpions ma in un contesto più oscuro e un suono di base volutamente più grezzo, da dove emerge distintamente ogni singolo strumento e nessuna nota è lasciata al caso. Il non folto pubblico osserva con la dovuta attenzione e sembra apprezzare in maniera inequivocabile.

Sono passate le 23 e ci siamo, anche chi sta fuori per fumare o cazzeggiare in compagnia decide che è giunto il momento per assieparsi nei pressi del palco, mentre l’incudine più celebrata del rock comincia l’assalto, divincolandosi subito tra classici quali ‘March of the Crabs’, ‘666’, ‘Ooh Baby’, ‘Winged Assassins’, ‘Free as the Wind’, che marchiano a fuoco ancora una volta le nostre povere natiche pallide con tizzoni ardenti con su scritto hard & heavy. Fa piacere anche riascoltare la relativamente recente ‘This Is Thirteen’, che si discosta dai baccanali rock’n’roll divertiti e selvaggi in favore di una cupezza palesemente Sabbathiana, mentre fanno discretamente storcere il naso i brani del nuovo POUNDING THE PAVEMENT, onestamente di una bruttezza ad un passo dall’imbarazzo.

Lips non solo si mostra in gran forma fisica, ma gigioneggia da grande intrattenitore come sa essere, tra un racconto a base di alcool e coca in combutta con la buonanima di Lemmy, per poi ricordare altre figure che non ci sono più come sua madre, suo fratello e il produttore del celebre documentario biografico sugli ANVIL, fino ad inscenare posture nipponiche insieme al bassista Chris Robertson durante una riuscita extended version di ‘Mothra’, dove il chitarrista dell’Ontario tira fuori un vibratore e lo utilizza a guisa di plettro, insenando un assolo che sa molto di amplesso elettrico scalmanato e assai giocoso, finanche lanciando al pubblico faccine compiaciute da adolescente birbante con sessantadue primavere alle spalle. Robb “Robbo” Reiner, dal canto suo, ci ricorda che è ancora un batterista cazzuto, che suona con un’impostazione piuttosto semplice ma sempre con un tocco preciso e un dinamismo che va oltre il classico picchiatore di pelli in ambito metal, e proprio un suo assolo (forse un tantino lungo, ma serve anche a far rifiatare un minimo Lips) introduce il finale, sempre in bilico tra passato e presente, dove ovviamente prende il sopravvento l’atteso anthem finale di ‘Metal On Metal’, da cantare in coro innalzando le corna al cielo e con l’altra mano sul petto.

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