Rovistando tra gli scaffali dei vecchi arnesi trovo quel gusto per il vintage e per gli strumenti che un tempo si usavano a mano, senza batterie e schermi digitali. Un po’ questo è il sapore nel nuovo disco di Andrea Grossi che, senza pretendere e promettere, ci restituisce l’ascolto di quella musica d’autore preziosa e semplice, ricca di gusto e di mestiere. Un disco dal titolo Concreto/Astratto che balla sul filo del francesismo di Paolo Conte e non ha alcuna voglia di trasgredire alla regola. Brani e canzoni che sottilmente tendono alla concretezza del vissuto ma che sempre restano vincolati al nobile atto d’amore che da ogni parte ispira e contamina l’anima di tutti. Sicuramente anche quella di Andrea Grossi con cui scambiamo due chiacchiere per gli amici di 100 Decibel:

Dalconcreto all’astratto. La via di mezzo esiste o ti sta dirigendo verso uno dei due estremi?
È possibile che un giorno trovi la via di mezzo (giusta?), tra i due poli. Dedico molta attenzione alla scrittura, allo stile e alla forma in cui traduco i miei pensieri. Non credo in un punto d’arrivo, piuttosto in un cammino continuo, che mi porta inevitabilmente a cambiare. Il prossimo traguardo sarà certamente temporaneo e lo raggiungerò seguendo il mio sentire. Probabilmente virerò al “concreto”, ma sicuramente, una volta arrivato, ricomincerò a muovermi in altre direzioni. Non mi piace stare fermo, ma esplorare la diversità e vivere il cambiamento.

Ispirazioni? Si sente tanta Francia…giusto? Cos’altro?
La Francia è un rimando che ho ricevuto spesso da chi ascolta il disco. È curioso, perché non ascolto molta musica francese e onestamente non ho questo riferimento, né al momento della scrittura, né quando entro in studio a registrare. Se questa sonorità è presente significa che nasce spontanea, anche se sarei davvero curioso sentire da un francese cosa ne pensa del mio lavoro. Mi piace molto lo swing, mi affascina il post-rock, le influenze blues e soul, ma soprattutto le sonorità tradizionali di altre parti del mondo. Nei miei sogni c’è la voglia di realizzare tante canzoni, sfruttando la meravigliosa diversità, che l’uomo ha trovato per esprimersi attraverso la musica.

Questo disco si tuffa nel pieno della crisi. Che ambizioni ci sono dietro?
Credo che il mestiere del cantautore sia quello di offrire uno sguardo diverso su quello che ci circonda. Offrire un altro punto di vista, che spinga alla riflessione l’ascoltatore. Ho cercato di fotografare la realtà, scriverne come mi viene naturale: con una buona dose di ironia. I paradossi che costellano il nostro modo di stare insieme, mi incuriosiscono sempre moltissimo e quella è la spinta necessaria per scrivere.

E parlando di nuova musica che nasce: secondo te la vita che avranno i nuovi dischi, come il tuo che nasce oggi, è la vita che meritano o quella che riescono a rubare alla distrazione altrui?

Credo nella scoperta. Credo che ci siano tante persone come me, a cui piace scoprire quello che ancora non conosce. Questa attitudine è sicuramente necessaria per arrivare a scoprire il mio nuovo album, considerato che è al di fuori degli usuali canali commerciali. Esiste un risvolto positivo però. Suonando dal vivo si può arrivare alla sorpresa, a conoscere persone che prima non facevano parte della tua quotidianità e che la tua musica non l’avevano mai sentita.Capita sempre che qualcuno ti ascolti con attenzione, che ti faccia i complimenti e che si porti a casa una fetta del tuo lavoro, con una bella dedica scritta ad hoc. La sorpresa è reciproca e la bellezza di questo incontro non la si può negare. Il merito è ormai figlio della pubblicità, al giorno d’oggi. È abbastanza innegabile. Ci sono tanti lavori e tanti artisti che meriterebbero più attenzione, ma che restano fuori dalla grande distribuzione. Ma il valore intrinseco delle loro produzioni resta e credo che anche questo sia qualcosa di cui tenere conto. La fama e il valore artistico non le considero una la conseguenza dell’altra, non in assoluto almeno.

Da “A.A.A. Animalista” ad “Una”. Qual è il filo conduttore spirituale e sonoro di questo lavoro che apparentemente sembra essere molto eterogeneo?

Il filo conduttore è il mio cambiamento. Dopo cinque anni dal primo album “Rossi intimi ascolti”, è inevitabile essere persone diverse, con esigenze, interessi e attenzioni diverse. Se la mia musica e i miei testi fossero sempre gli stessi, significherebbe negare il cambiamento che ognuno di noi attraversa, nel corso della propria vita.

Dal vivo? La musica oggi vive solo in rete?
Senza la musica dal vivo non ci sarebbe la possibilità di portare la propria musica ad orecchie nuove. Credo molto nella formula dell’home-concert. La reazione del pubblico è diversa e anche l’atmosfera che si crea è qualcosa di unico. Non solo il rapporto tra musicista e pubblico, ma anche tra il pubblico stesso.

Sono rimasti davvero pochi i locali “protetti”, dove poter presentare la propria proposta artistica, godendo dell’attenzione necessaria per esprimersi. La rete offre un altro tipo di servizio, utile a suo modo. Il concerto dal vivo rimane un’esperienza unica, per fortuna.

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