Di queste nuove 12 canzoni, per puro caso, ho ascoltato per prima “La canzone di rita”. E trovo indicativo anche il nome di lei in lettera minuscola…o forse è semplice errore di battitura nelle pubblicazioni web. Ad ogni modo sono sicuro che ogni angolo di questo disco sia un indizio che non si può trascurare, innumerevoli dettagli che danzano in punta di piedi sulla musica di questo nuovo disco di Alfonso De Pietro dal titolo “Di notte in giorno”. Parte dal titolo ad indicarci un futuro migliore che c’è, ci dev’essere e, anzi, ci sarà grazie alla forza di tutti. In questa sua personalissima lotta contro le mafie e, dalla sua carriera sempre dedita a questo scopo fatta di premi e numerosi riconoscimenti, Alfonso De Pietro si circonda di grandi firme del Jazz come Nino Pellegrini al contrabbasso, Andrea Melani alla batteria, Dimitri Grechi Espinoza e Alessio Bianchi ai fiati. Un bel disco insomma che traduce la sua missione in missione di tutti, emozioni e condivisioni, un sound morbido, elegante, a tratti popolare, a tratti da gala pregiati di alta società. Al suo fianco non mancano pilastri italiani di questo “movimento”: Associazione LIBERA che ha patrocinato la pubblicazione e Don Luigi Ciotti che ne ha curato la presentazione. Per il resto, ai cittadini di tutti i giorni, resta il massiccio peso di ogni singola parola che, se pur sfumata di metafore e poetica cantautorale, portano con se il peso di anni di guerra…perché di guerra si deve parlare. L’intervista ad Alfonso De Pietro per gli amici di 100 DECIBEL

Un nuovo disco ma soprattutto una nuova forma stilistica (e mi riferisco al Jazz in particolare). Come mai questi cambiamenti?

Più che di cambiamenti, direi si tratta di sedimenti che, a distanza di tempo, rispondono ad alcune sollecitazioni e riemergono con vigore. Mi spiego. Durante tutti questi anni di musica, tra i tanti territori che ho conosciuto, frequentato ed attraversato, compare anche quello del jazz. Gli ascolti, lo studio (sia chitarristico che vocale), le jam session, i concerti, il gusto dell’improvvisazione, la ricerca di soluzioni originali… tutto questo ti si attacca addosso e ti rimane dentro, pronto a rivelarsi all’occorrenza, spontaneamente, accolto sempre con un piacevole stupore. Nel dispiegarsi di armonie e melodie, nella massima naturalezza d’espressione. In odore di Jazz e non solo…

Ho molto ascoltato (In)Canto Civile e lì sei stato molto “popolare”. Secondo te per musica civile di questo livello e intensità, quanto conta la melodia rispetto al messaggio?

Intanto ti ringrazio e sono felice dell’ascolto, evidentemente attento, che hai dedicato al precedente (In)Canto Civile. E pongo una premessa: preferisco parlare di testimonianza, anziché di messaggi. Racconto e canto storie, mi faccio parola cantante dello spirito di un tempo ancora fortemente caratterizzato da ingiustizie, violenza, sopraffazione, discriminazioni, ricordando anche chi ha sacrificato il bene più prezioso, la propria vita, per un ideale di giustizia e di verità. La tessitura melodico/armonica segue le parole, nel loro significato e nella loro musicalità, oppure, nascendo prima, sollecita determinati contenuti. Il mio tentativo è quello di dare pari dignità a testi e musiche, di modo che lo slancio etico sia accompagnato da una forma estetica di pari valore.

Nel disco sia “Angeli custodi” che “Lollò d’à montagna” hanno poco di Jazz escludendo alcuni passaggi di arrangiamento. Come mai questa differenza?

Qui nella risposta c’è la conferma di quello che ho specificato prima: in maniera naturale, le atmosfere che evocavano quelle parole e quelle storie, per me, in quel preciso momento, andavano declinate in quel modo, in armonia e melodia collegate all’essenza della narrazione scritta. E non perché, meno jazz rispetto alle altre, avrebbero dovuto essere sacrificate sull’altare di una maggiore uniformità stilistica. Anzi, razionalizzando, credo di averle inserite proprio perché stridevano… Così mi hanno permesso di valorizzare la mia ecletticità, che da qualche tempo io stesso riconosco come valore, non come limite.

Trovo che sia un disco di speranza in fondo. Eppure si chiude con la bellissima “Lunga la notte”. Una contraddizione concettuale? Musicalmente poi il brano è molto sognante e sereno. Qual è dunque la chiave di lettura esatta?

Lo è. È un disco di sogno e speranza. La sequenza è stata volutamente “contraddittoria”, nel senso che ogni alba anticipa l’oscurità e viceversa, in un susseguirsi di luci ed ombre che si alternano fuori, ma anche dentro ciascuno di noi. Non a caso la canzone precedente è “Nascerà”, la sublimazione di una nascita e di vita nuova (che ho composto musicando una poesia di Carmelo Calabrò, scritta per la sua bambina che stava per nascere), metafora di cambiamento. Fino ad un altro tramonto che “contraddice” il giorno e… “Lunga è la notte” che, affrontata con serenità, ci condurrà fino al prossimo raggio di sole.

E domani, passerà anche questo disco e smetteranno di suonare queste canzoni. Secondo te cosa resterà?

Questa è una domanda da lanciare nel tempo e aspettare che il tempo risponda… Comunque, qualcuno ha detto che la cultura è tutto ciò che rimane dopo aver dimenticato tutto ciò che abbiamo imparato. Ecco, di questo disco spero che rimanga tutto ciò che ha la forza e la capacità di fissarsi e sedimentarsi in quelli che lo incontreranno. Certo, è un disco che richiede attenzione, vero ascolto, approfondimento. Chi vorrà o saprà adottarlo, credo lo porterà con sé. Trattando di temi universali, si tratta di quella tipologia di canzoni che hanno tutte le caratteristiche per poter rimanere. In un continuo divenire, in una (ri)lettura senza “scadenza”. Spero.

Comments

comments