alcest

Il futuro è imminente e apocalittico, asseriva Pasolini con innegabile lungimiranza. Così si è palesata la snervante attesa per questa data, che a un certo momento sembrava davvero sul punto di saltare ed è stata possibile solo grazie all’incessante lavoro a braccetto tra la crew dell’Init (in fase di riapertura a pieno regime, nel momento in cui scrivo) e i ragazzi del Traffic, locale dove alla fine si è svolto regolarmente uno degli eventi live più importanti di questo autunno capitolino.

Ci mancava anche la pioggia, impreca qualcuno, ma alla fine l’affluenza è esattamente quella che ci si poteva attendere, col pubblico ingolosito di agguantare i proverbiali due piccioni con una fava: in realtà c’è un terzo nome ad aprire le danze, ovvero il progetto Syndrome del belga Mathieu Vandekerckhove, dedito ad un industrial-ambient minimale con esplosione di feedback senza soluzione di continuità. L’imprinting della serata però lo offre il lunghissimo stand del merchandise, dove le band una volta tanto portano non solo l’ultimo lavoro ma in pratica tutta la discografia ancora disponibile e soprattutto una valanga di gustoso amore vinilico e succulenti gatefold. Tralasciando la “pornografia da collezionista di dischi”, dentro il club ci s’inizia ad accalcare e si sgattaiola con discrezione furtiva verso le prime file, mentre i Mono cominciano a mettere in scena le loro soundtrack per pellicole immaginarie con un assaggio del loro nuovo album REQUIEM FOR HELL (ispirato all’Inferno Dantesco),  non prima di cedere il passo alle impronte lasciate nella neve, nel cuore dell’inverno di un animo inquieto (‘Ashes in the Snow’ e ‘Pure As Snow’, entrambe provenienti da quello scrigno prezioso di HYMN TO THE IMMORTAL WIND), con il loro lento incedere denso di vibranti plettrate di Goto e Suematsu, in un’ascesi di eterea bellezza e disincantata malinconia fino a esplodere in un fragore prossimo al rumore bianco. ‘Recoil, Ignite’ è forse il brano che si arricchisce di ulteriore elettricità rispetto alla già splendida versione sul sottovalutato RAYS OF DARKNESS (un album esplicativo sin dal titolo).

La title-track del citato nuovo lavoro chiude la loro esibizione in un crescendo scandito d’immagini sonore come fossero riprese dello Stalker di Tarkovskiana memoria, scandite con flebile incedere ma pronte a segnarci fin dentro alle viscere una volta messe a fuoco, e sorrette dall’incessante fermezza del basso di Tamaki Kunishi, uno spettro shintoista e fulcro tanto della loro apparente stasi quanto degli scatti improvvisi che uncinano l’anima e la portano dove nessuno potrà mai recuperarla…

Prima di questo tour imponente, gli Alcest sembravano ancora un piccolo segreto tramandato e sussurrato nelle orecchie di un numero di appassionati sempre più numeroso, e l’aspetto che colpisce subito è che Neige si presenta al pubblico esattamente come te lo saresti aspettato: faccino pulito ed espressioni intimidite dietro la foltissima capigliatura e movenze da blackster, che però nascondono un malcelato stupore per la caldissima accoglienza che accompagna ogni brano in scaletta.

Un secondo chitarrista e un bassista sono validi comprimari aggiunti a quello che nasce fondamentalmente come duo insieme al batterista Winterhalter, ad arricchire quel loro suono che è un saliscendi impervio, audace ma assolutamente fluttuante tra generi diversi, anche in apparente contrasto armonico tra loro, almeno sulla carta: arpeggi liquidi si ammantano di armonizzazioni shoegaze e vortici black metal in libera uscita dai prodromi con cui li abbiamo conosciuti, pulsioni darkwave vengono modellate da melodie lievi e sognanti anche quando il leader passa dalla timbrica leggiadra allo scream vocal più elegiaco che maligno, rendendo il tutto ancor più letterario grazie all’ausilio dell’idioma francofono.

La discografia viene setacciata in ampiezza ed anche gli estratti dal recente KODAMA (il Sol Levante rimane il filo conduttore della serata) ottengono un riscontro più che favorevole, nei cui solchi la band gioca di antitesi tra pacatezza e dolente trasfigurazione, a metà strada tra l’algido autocontrollo dei Forgotten Woods e le rifrazioni dei mai dimenticati Isis di Aaron Turner. Nonostante non manchi qualche problema tecnico, il live non ne risente più del dovuto e Neige si rilassa fino a regalare sorrisi e faccine compiaciute al limite dell’emoji, per il garbato ma evidente ludibrio del gentil sesso sotto il palco, che sembra gradire il lungocrinito musicista anche per motivi non squisitamente artistici.

Ma poi lo vedi che torna in se stesso, nel suo guscio etereo e con quell’espressione del bambino che per la prima volta “ascolta il mare in una conchiglia”: così sono le sue storie, popolate di esseri di pura fantasia e narranti di colori, forme e suoni che semplicemente non appartengono a questo mondo: sul finale questa sensazione si accentua sulle note di ‘Délivrance’ (non a caso dal precedente SHELTER, il lavoro più sognante e a suo modo psichedelico della band francese) e ancor di più nella chiosa encore di ‘Souvenirs d’Un Autre Monde’, brano che dava il titolo a quell’esordio che definire sublime sarebbe puro eufemismo. Schegge d’infanzia dalle punte arrotondate rivivono in queste note in cui il concetto di tempo rimane sospeso a un filo sottile, lì dove si regge la consapevolezza e il talento del saper invecchiare senza mai diventare realmente adulti.

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