Un cielo pacato di una tiepida sera primaverile scorta il mio cammino sotto il porticato dell’Auditorium, mentre il pubblico comincia a salire le scale per prendere posto in una sala Sinopoli piuttosto gremita, sebbene non propriamente da sold-out. L’occasione è di quelle che il pubblico capitolino conosce e apprezza, visto che la Città Eterna ha sempre tenuto in particolare considerazione la carriera di Javier Girotto, sia da solista che con gli Aires Tango; conti alla mano, come sottolineato dallo stesso sassofonista argentino, son passati due anni dall’ultimo concerto in città degli Aires, che nel frattempo hanno raggiunto le ventidue primavere di esistenza come ensemble, ed è il leader che ci scherza su, dicendo: “Due anni fa abbiamo festeggiato il ventennale da quando abbiamo cominciato a suonare insieme, così ad alcuni miei amici consiglio sempre di mettere su un gruppo, perché una band dura sempre più di un amore!”.

Loquace, finemente sarcastico, Girotto parla di Duende il nuovo lavoro in uscita per la Cam Jazz proprio nello stesso giorno di questa data romana, che di fatto segna la presentazione del lavoro: la scaletta infatti propone sostanzialmente solo i brani del nuovo disco, aspetto che non ha scoraggiato per nulla i vecchi fan del sassofonista lungocrinito, incuriositi non poco di saggiare la collaborazione sfiziosa con un grande come Ralph Towner, chitarrista storico dei mai troppo osannati Oregon. Nei primi due brani, però, gli Aires partono in quartetto, con un brano di apertura dal titolo a dir poco programmatico quale Gatos, con una dedica dualistica che Javier porge sia nei confronti dei suoi amati felini che in onore di Gato Barbieri, sua fonte d’ispirazione primaria. D’altronde i due condividono non solo passaporto e strumento musicale, ma quella visione di un jazz che ha assorbito tutti gli umori possibili di un Sudamerica dai forti contrasti, tra delicatezza, stupore, irruenza, candore e sensualità, con quel timbro carico di una paletta di colori densi di sfumature cangianti. Racconti In Fuga si distende come un film corale, dove le singole storie individuali vanno a convergere in un intreccio armonico più complesso ma assolutamente coerente nei suoi sviluppi, mentre in Tammurriata giocano con elementi etnici campani senza cadere nelle facili tentazioni paesaggistiche da cartolina sonora e, anzi, il gioco ritmico prende il sopravvento grazie alle percussioni di un Michele Rabbia ispiratissimo, che sembra calcolare il peso specifico di ogni singolo battito ma con una naturalezza che dischiude orizzonti ad una libertà espressiva in continuo divenire, che si tratti di un colpo di bacchetta o dei suoi polpastrelli agili a percuotere l’impossibile.

Davvero sorprendente l’interazione del leader con tutto l’apparato ritmico, con il basso di Marco Siniscalco che alterna con disinvoltura velluto in punta di dita e groove profondi che rilasciano nell’aria profumi di fusion prelibata, tanto che viene voglia di scomodare la memoria di Michael Henderson e Jaco Pastorius. Il medesimo dualismo espressivo viene disegnato dai tasti d’avorio di Alessandro Gwis, anche lui in bilico tra ossequio per la tradizione jazzistica e una carica di elettricità che pervade le cascate di note con cui infonde bellezza e solidità ad ogni brano, oltre ad inebriare un’audience già in palese visibilio, che ovviamente conserva una particolare curiosità per i brani che vedono Ralph Towner protagonista (“non è solo un super-ospite”, mette in chiaro con decisione il buon Javier, “perché in queste registrazioni non c’è stata una semplice addizione tra noi e Ralph, visto che la sua sensibilità si è fusa con la nostra, diventando di fatto il quinto membro del gruppo”), nei momenti più intimisti in duo con Girotto, come As She Sleeps e Io e Te, ma soprattutto nella pienezza dei brani in quintetto: ascoltando un brano come Chiaroscuro, forse l’episodio in cui tale connubio si esprime in tutta la sua pienezza, si ha davvero la percezione che i musicisti siano andati oltre la suddetta alchimia Aires + Oregon, forgiando qualcosa che nasconde nel suo sostrato un sentore felliniano sotto mentite spoglie, come se Lalo Schifrin e Piero Piccioni avessero usurpato il posto di Nino Rota per la partitura di Giulietta Degli Spiriti, portando sul palco altri fantasmi in festa quali Monk, Piazzolla, Getz e Gillespie. Origini è formalmente un brano nuovo ma va a riecheggiare i loro inizi, portando alla mente le stagioni felici de La Palma, locale (essenzialmente ma non solo) jazz capitolino in voga nel pieno degli anni ’90. Già, il passato… Non poteva mancare del tutto, no? Così ecco che per il consueto momento dei bis, oltre ad una seconda esecuzione della title-track del nuovo lavoro, gli Aires tornano in formazione tipo a quattro per l’unica concessione alla loro produzione storica: un solo brano, ma parliamo di La Luna, salutato da una vera ovazione ed eseguito in una versione corposa di un quarto d’ora circa, con saliscendi emozionali che davvero ricordano le evoluzioni del primo Barbieri, suonate con veemenza più marcata e una struttura che racchiude carne e spirito in un corpo solo, per poi liberarsi al limite del free e con Girotto che ci porta in una dimensione tutta sua, durante i suoi assolo suonati con trasporto febbrile. Incantevoli sublimazioni, in un coacervo emozionale che si rinnova nota dopo nota.

Comments

comments