AMT_next-generation

Volendo provare ad analizzare l’affluenza piuttosto bassa per la data romana della storica psych-band giapponese, ci troveremmo a risponderci con un ragionamento palese e quanto mai semplice: i romani – e chi ha organizzato concerti in vita sua lo sa come una preghierina che t’insegnano fin dall’asilo – si legano ai locali andando anche oltre la loro programmazione, un po’ come fanno i gatti con i luoghi a cui si affezionano e scelgono come proprio territorio.

C’è da dire che gli AMT sono di casa nello Stivale e specie nella Capitale, tanto che proprio ieri sera si ricordavano le loro date romane di qualche anno fa al Sinister Noise e allo Zoobar prima maniera, nel delirio di Testaccio.

Tanta acqua sotto i ponti da allora, una valanga di progetti solisti per il chitarrista e leader Kawabata Makoto, oltre ad una pletora infinita di side-project e pseudo “fusioni” momentanee con nomi eclatanti degli anni ’70 (vedi i progetti Acid Mothers Gong e Acid Mothers Guru Guru, che non hanno bisogno di tante spiegazioni, vero?), decade da cui il loro suono sembra provenire.

Tornando alla dolente questione della venue prescelta, diciamo subito che il Planet non si addice alla loro cosmogonia lisergica (non indagate troppo e vogliate fidarvi dell’espressione insolita ma calzante!).

Detto questo, la band nipponica va oltre tutto, anche i recenti avvicendamenti che hanno portato ad un cambio radicale della sezione ritmica storica (con il dimissionario batterista Shimura Koji, già con High Rise in gioventù, e il bassista Tsuyama Atsushi, con un passato comune nei Mainliner) ma con l’arrivo di due giovani leve assolutamente ragguardevoli. Dal palco si libera una carica elettrica in crescendo, dall’eco dei solchi del nuovo lavoro fino alle divagazioni sublimi de ‘La Novia’, che creano un ponte ipotetico tra la Provenza (!) e il Sol Levante, per poi discendere nuovamente nel maelstrom space-rock della consueta ‘Pink Lady Lemonade’, riproposta ancora una volta cambiandole nuovamente gli abiti in favore di una versione “quasi funky”, specie per le ritmiche incalzanti di basso e batteria.

I solismi di Kawabata a tratti prendono il sopravvento portandoci in una dimensione “settantiana” che si respira nella coltre di suoni alieni prodotti dal synth di Higashi Hiroshi, con la sua lunga chioma bianca posta al centro del proscenio. Spesso però la scena viene rubata, anche solo per il colpo d’occhio e i colori sgargianti en travestì di quel pazzo col botto qual è Tabata Mitsuru (con un passato nei 90’s molto più austero, vista la militanza nei noiser Zeni Geva di KK Null, la cosa più prossima a un samurai che potrete incontrare con una chitarra in mano anziché una spada!), che sviscera dalle sue sei corde arpeggi multiformi e rumore bianco all’occorrenza, canta e urla nel più malcapitato dei microfoni e si lascia andare a danze gioiose e a dir poco ironiche, in cui gioca un po’ a fare la versione trav di Stacia, la mitica performer che accompagnava le esibizioni degli Hawkwind nella prima metà dei 70’s.

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