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Sabato 2 luglio il palco del Postepay Rock in Roma ha ospitato i G3, progetto musicale di Joe Satriani che si propone di riunire i tre migliori chitarristi contemporanei.

Ad accompagnare Satriani nel tour 2016, il chitarrista Steve Vai, quasi un membro fisso del progetto, e The Aristocrats, gruppo rock fusion strumentale nato nel 2011.

Ad aprire la serata sono proprio The Aristocrats – formati da Guthrie Govan (chitarra), Marco Minnemann (batteria) e Bryan Beller (basso) – che realizzano una performance capace di mostrare una tecnica impeccabile, ma che regala anche grandi momenti di ilarità al pubblico.

Pure essendo un live totalmente strumentale, la band dialoga col pubblico non solo attraverso la propria musica, ma anche proponendo momenti leggeri e divertenti, come quando utilizzano i versi dei pupazzi di gomma per “suonare” una parte di un brano.

Primo tour mondiale con i G3 per loro, ma si mostrano perfettamente inseriti nel contesto e riescono già dal principio a regalare momenti musicali molto intensi ed alti.

La serata, che si preannunciava calda, continua sulla stessa scia e il tutto viene ulteriormente amplificato quando a salire sul palco è Steve Vai e la sua band.

Un’artista di fama internazionale che sicuramente non ha  bisogno di essere presentato, come non ne ha bisogno la sua musica e i suoi soli potenti.

La chitarra diventa per il musicista una sorta di compagna, con la quale sembra quasi parlare e sembra realizzarsi una sorta di fusione fra lo strumento e il musicista, che si cimenta in virtuosismi, che sperimenta, sfiora, ma anche colpisce e scuote. Il risultato è un’ora estremamente piena, in cui il pubblico si perde nella potenza della musica e nei magistrali soli.

Ultimo a salire sul palco è proprio Joe Satriani, a chiudere una serata che non fatico a definire epica.

Anche in questo caso la performance non può che essere eccellente, con soli che rapiscono e si traducono in crescendo emotivi. La faccia assume un’espressione sbigottita perché tutti sanno del talento di questo mostro sacro, ma vederlo con i propri occhi è tutt’altra cosa.

Per tutta la serata (che conta tre ore abbondanti di performance live) la sensazione è che si stia assistendo a qualcosa di straordinario, qualcosa che i veri amanti della chitarra non possono non vedere almeno una volta nella vita.

E la sensazione si intensifica quando a fine concerto i G3 salgono tutti insieme sul palco per suonare gli ultimi pezzi che sono cover di brani storici, pietre miliari della musica internazionale.

Ad esempio Message in a bottle dei Police o Smells like teen spirit dei Nirvana. L’entusiasmo del pubblico è incontenibile. L’apice però (concedetemelo) si raggiunge con Little wing di Jimi Hedrix, cantata da Steve Vai. Momento intenso, come in realtà lo è tutto il concerto. Ed ovviamente le cover sono suonata “in stile G3”, quindi riarrangiate e realizzate con soli congiunti che danno brividi diffusi.

Un concerto che per gli intenditori e gli amanti della musica è un qualcosa di immenso, fatto di tecnica, passione e scariche emotive forti.

La cosa che sorprende di più (almeno agli occhi di chi una chitarra non la sa suonare) è l’intesa che questi artisti hanno con i loro strumenti, come se riuscissero ad animarli, come se questi diventassero un’estensione del proprio corpo. E allora suonare in quel modo sembra essere per loro naturale come respirare o mangiare.

Sembra, appunto, perché poi si hanno quei momenti di lucidità in cui si realizza a cosa si sta assistendo e quello che si ha davanti agli occhi è tutt’altro che facile, ma frutto del grande talento di alcuni dei musicisti migliori della storia della musica.

E vederli live è un piacere, oltre che un grande privilegio.

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