Gianmaria Testa - Foto di Raffaella Midiri

Gianmaria Testa – Foto di Raffaella Midiri

Il 17 Novembre abbiamo assistito al concerto di Gianmaria Testa all’Auditorium Parco della Musica. 20 anni di carriera ed un nuovo lavoro, Men At Work, che lo sta portando nuovamente in tour.
Al termine del concerto, la nostra Raffaella Midiri ha avuto l’occasione intervistarlo.

Lei è reduce dal recente successo di Chisciottimisti, assieme ai due colleghi e amici, lo scrittore Erri De Luca e il musicista Gabriele Mirabassi. Com’è stato lavorare con loro  ancora una volta, soprattutto con Erri De Luca, avendo come protagonista delle vostre storie l’eroe di Cervantes, Don Chisciotte?
Non è neanche un lavoro con loro: è in verità un patto di amicizia. Abbiamo un contratto non scritto ma sottoscritto: andremo avanti finché la quota di amicizia aumenta, e finora è aumentata. Erri arriva e ci dice di cosa parlerà quella sera nell’ambito degli Chisciottimisti, che sono quelle categorie di persone che sono obbligate per condizioni di vita a non arrendersi mai e per qualche misura sono abituati all’ottimismo. Di conseguenza viene buttato giù un programma e Gabriele ed io facciamo la contro-musica del racconto. Tutto ciò importa meno di questo legame che ci tiene uniti. Ed è anche un occasione per ritrovarci.

Parliamo dell’ultimo album, composto da un doppio cd live registrato in Germania.  Possiamo dire che Man at work  è una sorta di summa di ben 20 anni di carriera? In cosa si differenzia, ad esempio, da Solo dal vivo?
Direi totalmente, perché Solo Dal Vivo l’ho registrato proprio qui all’Auditorium; anzi, l’hanno registrato a mia insaputa. Poi mi hanno mandato il risultato della registrazione e mi è sembrato che ci fosse un’emozione particolare quella sera, quindi ho deciso di pubblicarlo. Invece Men At Work è una volontà precisa di lasciare una traccia, un nero su bianco, di un’esperienza, di un’amicizia con loro (Daniele Santimone, chitarre; Nicola Negrini, contrabbasso, basso elettrico, u-bass; e Philippe Garcia, batteria e glockenspiel) : è davvero un privilegio suonare con questi musicisti e sono contento che non sia rimasta instabile quest’idea ed abbia trovato una casa. Non c’era nessuna volontà di celebrare o di fare un riepilogo di 20 anni; anzi, se penso che sono passati già 20 anni mi viene proprio da dimenticare.

Vi è l’esigenza più di ridare nuova veste alle proprie canzoni oppure di volerle tenere sempre con sé, nel corso del tempo?
La veste nuova avviene quasi inevitabilmente, perché c’è una quota d’improvvisazione, a cominciare dalla scaletta che non è mai la stessa. Mi posso permettere di non fare la scaletta perché loro sanno che comincerò con una certa canzone e poi a seconda di quello che a me sembra d’intravvedere come curva emotiva che s’instaura tra chi suona e chi ascolta vado a braccio, ed è per questo che sono sempre obbligato a dire al chitarrista di cambiare tra l’acustica e l’elettrica. Questa è una grande fortuna. Poi c’è anche una loro improvvisazione: un pezzo non è mai uguale ed è la cosa più lontana che mi viene da pensare dal pop, perché se da qualsiasi cosa della vita (musica compresa) togli la parola libertà non resta nulla per cui valga la pena salire su un palco scenico.

Man at work rappresenta le strade e le autostrade che si percorrono, spesso interrotte dai soliti ‘lavori in corso’ che sembrano non finire mai, un po’ come l’attesa del lavoro stesso, nella società attuale, un lavoro che non arriva, l’attesa per i famosi ‘tempi migliori’, la sensazione di precarietà che ci portiamo dietro nel nostro viaggio. Quanta precarietà c’è nel mondo della musica oggi?
Il mondo della musica è sommamente precario, perché nel frattempo in questi anni molto velocemente è morto il supporto della musica, cioè il disco. Io però non sono tra quelli che rimpiangono: se la gente ha la possibilità di ascoltare musica gratis, fa bene a farlo. Non è questo la cosa più importante. Però il titolo di questo disco viene certamente dal fatto che abbiamo fatto migliaia di chilometri, quindi men at work si trovano dovunque, in qualsiasi autostrada. E in genere poi corrisponde anche ad una coda da fare. Poi nel disco ci sono canzoni che parlano di lavoro e di quello che ci hanno fatto credere che esso è diventato. Ci hanno convinti che la mobilità era una grande innovazione; poi la mobilità è diventata subito precarietà e la precarietà è diventata ricatto. Oggi il lavoro è ricattare le persone e questo è davvero una vergogna. Poi però c’è anche una ragione più metafisica per chiamare il disco così: io sono persuaso che da questa condizione di crisi, che non è solo economica ma anche sociologica dell’Occidente, se ne uscirà tutti insieme. Certamente non sarà un illuminato o una supposta d’élite di illuminati che ci farà uscire da questa condizione; se ne uscirà tutti insieme, men e donne, ognuno lavorando e soprattutto ognuno difendendo la propria verità.

I suoi concerti non si limitano all’Italia, ma ama viaggiare, portare ovunque la sua musica e, a quanto pare, Lei è molto apprezzato in tanti Paesi europei. Nota qualche differenza fra il pubblico italiano e quello d’oltralpe?
Intanto non amo viaggiare, viaggio per obbligo. Me ne starei volentieri a casa. Questo viaggiare è diventato faticoso. A parte questo, quando canto in Italia per me è molto più facile, è più logico: nn devo raccontare niente, le canzoni parlano da sé. Quando sono all’estero, voglio che la gente entri quanto meno nel mood della canzone e capisca un po’ di quello che canto, non avendo io un pubblico di italo-qualchecosa, sono tutti autoctoni. Anzi un mio amico mi ha detto che vengono forse proprio perché non capiscono quello che canti. In realtà penso che la musica abbia questa fortuna, questo privilegio, qualche subliminalità di arrivare e trasmettere un’amozione anche se non si entra nel testo.

Che musica ama ascoltare? C’è qualcuno a cui si ispira?
Adesso ne ascolto relativamente poca e prevalentemente classica, ma è una questione di invecchiamento. In realtà poi ogni tanto mi capita di incrociare qualche bella canzone e di esserne contento. Non cerco però più molto: viene poi una stagione in cui si ha più voglia di riascoltare che ascoltare. Forse per pigrizia mentale o per stanchezza.

Ultima domanda. Ogni canzone è una piccola, splendida opera d’arte, densa di scorci, emozioni, poesia, al contempo però mantiene una sua forma lineare, pulita, semplice. Qual è la canzone a cui è maggiormente affezionato?
Mi è difficile dirlo, perché in realtà il passaggio per arrivare a licenziare una canzone, cioè a farla uscire da me, è molto lungo: devo essere persuaso che quella canzone mi riporti ogni volta che la canto all’emozione che l’ha generata. E questo vale per tutte le canzoni che licenzio. Per me questo è il successo di una canzone: non che venga apprezzata dagli altri ma che sia capace di riportarmi a  quell’emozione. Se non fosse così sul palcoscenico mi sentirei un mentitore, come se stessi raccontando una bugia. E invece no, non c’è mai nessuna bugia: canto una cosa che rappresenta un’emozione che ho profondamente vissuto (positiva o negativa che sia), però l’ho vissuta e la riproduco prima di tutto per me stesso poi la condivido con gli altri…se arriva, perché può anche non arrivare, ma per me non è fondamentale. Quindi non ce l’ho una canzone preferita. Forse dovendone scegliere una, direi Dentro La Tasca Di Un Qualunque Mattino, perché è una canzone quasi involontaria, di quelle che quasi si scrivono da sole, e poi sei così felice che sia uscita perché rappresenta quello che volevi dire, quel tipo di tenerezze che in genere non si dicono, specialmente per gli uomini è difficile. Quindi probabilmente quella…

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