Inutile fare i saccenti o lasciarsi andare a sofismi di sorta: qualunque siano i percorsi scoscesi dei propri gusti musicali, quando la storia passa per la tua città, si ha quasi il dovere morale di presenziare e guardare il suo volto.

Questa volta i connotati sono quelli scavati, vissuti ma sempre sul pezzo e assolutamente in forma dei Wire, colti ancora in un’incarnazione primordiale nella quasi totalità; ma d’altronde, sebbene la discografia della band albionica si possa suddividere in blocchi ben delineati, la formazione non ne ha quasi mai risentito, tanto che il solo Bob Gilbert non è più della partita da un buon decennio, mentre a continuare l’avventura continuano Colin Newman, Graham Lewis e Robert Gray, tanto da aver inaugurato quest’anno l’inizio del loro quarto decennio di vita artistica con un disco come SILVER/LEAD, che in fondo rappresenta anche stasera l’ossatura dell’esibizione capitolina.

Rispetto al materiale più spigoloso del comback d’inizio millennio, con dischi ostici quali SEND e OBJECT 47, i brani dall’inchiostro più fresco sono forse quelli che più risentono del loro passato remoto, diciamo una via di mezzo tra l’inarrivabile trilogia di fine anni ’70 (in pochi al tempo possono confrontarsi con quella qualità compositiva e freschezza d’idee, anche se Newman e soci continuano solo a sfiorarli ormai nelle loro scalette) e la schiettezza di IDEAL COPY, un disco spesso giudicato minore ma che oggi, a trent’anni esatti dalla sua uscita, offre ancora brani acclamati durante i loro live. Partono un po’ in sordina, forse contratti, per poi distendere a pieno le nevrosi chitarristiche e l’ipnosi delle ritmiche, come una sorta di dialogo e fusione tra new wave e psichedelia, linguaggi da sempre più vicini di quanto non si pensi e solo all’apparenza in contrasto semantico tra loro.

Valga in tal senso, come esempio lampante, un brano dall’incedere tellurico e dalle armonizzazioni stratificate come ‘Playing Harp For The Fishes’, opener proprio del nuovo lavoro in studio, che da solo mette a nanna e rimbocca le coperte a una pletora di gruppazzi neo-neo-neo-neo psych poca forma e tutta sostanza, che ci gravitano attorno in questi tempi incerti. Diciotto brani, la giusta dose di energia e distorsioni elettriche e cerebrali, nonchè il solito distacco emozionale tra palco e audience come da copione… Anche se, volendo proprio essere sinceri, settanta minuti di concerto per un gruppo della loro portata sono davvero pochini.

Comments

comments