Il buio in sala, il fascio di luce su uno sgabello, posto tra un pianoforte a coda e un sintetizzatore. Non ha avuto bisogno di altro, Tori Amos: la leggenda del cantautorato femminile americano è sbarcata ieri sera al Teatro degli Arcimboldi per l’unica tappa italiana del tour “Native Invader”, che promuove l’omonima ultima fatica.

“Sbarcata” è il termine più adatto, perché l’ex ragazzina-cornflake ha conservato il celebre piglio da guerriera nelle movenze e soprattutto nella voce, un timbro inconfondibile che è sempre lo stesso, senza l’ombra di una crepa. Da musicista eclettica, sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare, dalla strada più luminosa alla tenebra del sottosuolo, la Amos in trent’anni di prolifica carriera si è fatta portavoce dei diritti femminili, impegnata strenuamente nel sociale, mai banale nell’affrontare tematiche scomode che esplorassero senza scampo tutte le sfaccettature dell’essere donna; le esperienze personali – da moglie, madre, artista da 12 milioni di dischi venduti – l’hanno dunque portata nell’ultimo lavoro al ricongiungimento con la natura, un ritorno al grembo materno in senso figurato e non (nelle ultime interviste ha raccontato delle condizioni di salute critiche di sua madre, alla quale deve le origini indiane cherokee).

Il filo conduttore dell’invasore nativo – che cerca sé stesso in un luogo d’appartenenza che non sente suo – scivola tra il sentire più intimo della cantante e l’attuale capitolo dell’emergenza climatica, due condizioni speculari come da letteratura. Il creato diventa manifesto dello stato d’animo: a far da sfondo alla prima parte del concerto – apertosi con “iieee”, “Butterfly” e “Northern Lad” – è la gigantografia di una foresta in fiamme, che poi si trasformerà in un paesaggio innevato sotto la luna. In scaletta, di quelle da imbarazzo-della-scelta che cambiano di data in data, quindici brani: uno spettacolo che è una piccola gemma, un tête-à-tête tra la star e il pubblico. Ma la brevità della performance è compensata da un’intensità senza pari: la Amos dialoga con il piano, agita i suoi capelli rossi come da leggenda, inarca la schiena e apre le gambe mentre suona due strumenti in contemporanea, ammicca in quel modo che gli è sempre appartenuto, con l’espressione felina e magnetica malgrado la triste resa alla chirurgia plastica.

La voce – ghiaccio in un bicchiere, dall’estensione disarmante – è dolce e soffusa quando parla al microfono tra un brano e l’altro, il silenzio la avvolge e il tempo si ferma. Tra le hit tirate fuori dal cilindro, la meravigliosa “Pretty Good Year”, e ancora “Spark”, “Flavor” e “Bliss”. Poi è la volta delle cover, la cantante omaggia a sua volta altri artisti con canzoni sempre diverse tra loro in ogni concerto: al pubblico milanese tocca “She’s always a woman” di Billy Joel e “Lovesong” dei Cure, che in chiave “Amos” sono naturalmente delle chicche.

Il finale è affidato a “Leather”, a far felici i fans della prima ora, e poi alla splendida “A sorta fairytale”. Il pubblico, radunatosi sotto il palco, riconosce subito il loop e il giro di piano, e si lascia incantare dalla prima strofa con l’incipit da fiaba, come da titolo: “Sulla mia strada verso nord, nel pieno del destino, mi tolsi il cappuccio e parlai con te”. E poi ognuno è tornato a casa, sotto la pioggia, felice e contento.

Tracklist:

iieee
Butterfly
Northern Lad
Spak
Pretty Good Year
Pancake
She’s always a woman (cover)
Lovesong (cover)
Reindeer King
Apollo’s Frock
Flavor
Marianne
Bliss
Leather
A sorta Fairytale

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