Si intitola “At the break of dawn” il nuovo e, più dicendo in modo più corretto, primo disco di Valeria Caucino. Collaboratrice, autrice, tanti anni in tanta musica vista passare, scritta, arrangiata, per altri…oggi invece la cantautrice folk di Biella pubblica qualcosa che sia a sua immagine e somiglianza. Dal titolo in un certo modo ci rimanda all’ultimo istante che divide il passaggio dall’alba al pieno giorno…stilisticamente siamo nella terra di Newport quando, ai suoni acustici e poco romanzati, si sostituisce una produzione molto editata, industriale, certamente sincera ma con riverberi tutt’altro che naturali e suoni che dipingono sognanti scenari fiabeschi. C’è tanta vita, c’è tanto mondo, ma soprattutto c’è tanta poesia dietro un disco che parte dal tempo di Bob Dylan e Joan Baez e arriva alle più belle produzioni internazionali di oggi.

Durante l’ascolto di questo disco ho sempre vissuto un conflitto. Suoni italiani e mood americano. Sei d’accordo?
Direi di si. Il mood folk di matrice U.S.A. un po’ retrò fa parte del mio personale gusto interpretativo, ed è proprio quello che abbiamo cercato di ricreare, mentre i suoni probabilmente tradiscono la produzione, i musicisti e gli autori tutti italiani.

Parlando ancora di produzione: perché tanto “riverbero” e “distanza”? Insomma perché non lasciarlo scarno e terreno? Che cifra stilistica è?
Negli anni scorsi ho realizzato due album di sola – o quasi – voce e chitarra, molto scarni e grezzi, che contengono parte del mio attuale repertorio live e che riproducono quasi fedelmente ciò che la gente può sentire ai miei concerti. In “At the break of dawn”, invece, volevo distanziarmi da questo tipo di interpretazione, ci tenevo a costruire delle canzoni che fossero riproducibili dal vivo, ma arricchite di quegli arrangiamenti volti a impreziosire ogni singola melodia, a valorizzare ogni strumento, a far risaltare la composizione e la voce. Ho seguito il mio desiderio di produrre un lavoro che fosse ben confezionato nei dettagli, ben sapendo che il taglio stilistico è lontano dal gusto contemporaneo. Tuttavia non percepisco un eccessivo riverbero né attribuirei a questo un senso di distanza.

In “As I Roved Out” esce fuori l’elettronica. Come mai questo brano esce fuori dal contesto fingerstyle?
È un brano che appartiene alla tradizione del folk irlandese e che diversi anni or sono il polistrumentista Mauro Montobbio, con cui collaboro da tempo, ebbe l’idea di arrangiare in una veste del tutto fuori dagli schemi. As I roved out è rimasto nel cassetto per un po’ in attesa della giusta collocazione finché ho deciso di inserirlo in questo album sebbene non fosse del tutto in linea con il resto dei pezzi. L’intenzione è stata proprio quella di spezzare la sequenza delle tracce con qualcosa di totalmente diverso e originale in grado di sorprendere l’ascoltatore, dimostrando al tempo stesso quanto una melodia così antica possa reggere con dignità a una rilettura tanto attuale e anticonvenzionale.

L’ultima canzone è la versione italiana della prima traccia del disco “The beating of life”. L’hai intitolata “Senza limiti”. Ma non è la traduzione precisa…adattamento del testo o semplicemente una curiosa nuova interpretazione? Quale versione è l’originale?
In origine il brano è nato in inglese, ma in seguito è stato riscritto – non tradotto – in italiano, cercando di mantenere una certa coerenza di contenuti, espressamente per partecipare al Biella Festival 2014, contest in cui la lingua italiana era più pertinente, guadagnando il 2° posto in classifica. L’averli posti in apertura e chiusura di album ha un preciso significato: “The beating of life” è stato il primo brano di una serie che i miei autori hanno scritto per me, “Senza limiti” mi ha portato fortuna ed è la prima canzone inedita che ho interpretato nella mia lingua madre.

E sempre ispirata da quest’ultima canzone: non hai mai pensato ad un disco in italiano?
No, non credo sia nelle mie corde. L’italiano è una lingua bellissima, ma poco si addice al tipo di musica che faccio e che amo, che invece si sposa alla perfezione con l’inglese.

Dietro le quinte di un simile lavoro: che cosa c’è che non viene alla luce?
La cosa che avremmo voluto fare, ma che alla fine ci è mancata, è stato inserire su alcuni brani delle parti ritmiche di batteria o percussioni in misura maggiore.
Sebbene abbiamo fatto varie registrazioni di prova con strumenti diversi, molte di esse non sono poi state scelte per la versione definitiva dell’album perché non erano convincenti e appesantivano o snaturavano i pezzi, anziché migliorarli. Per tutto il resto il disco rende giustizia all’idea originaria che ne avevamo ed ogni singolo elemento ha avuto lo spazio e il risalto che meritava.

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