Il Sole a mezzanotte.

Permettetemi subito di tirare giù una sensazione che in molti, per lo più addetti ai lavori e musicisti stessi nel senso più ampio del termine, pensano segretamente o dicono a voce bassa: la cricca londinese in questione è una delle cose migliori accadute al “rock” (virgolette d’obbligo) negli ultimi dieci anni.

Arduo appiccicare etichette e catalogare le loro opere, che confluiscono l’un l’altra nel più sfuggente stream of consciousness che si possa immaginare, eppure i segni che solcano le loro partiture sono ben distinguibili ma ci sfuggono proprio nel momento in cui pensiamo di averli in pugno… Mentre le prime note sul palco attirano come un mantra lontano i convenuti sparsi nell’ampissimo spazio di Villa Ada, il crescendo magmatico comincia ad azzerare nella mente spazi e tempi, codici e steccati tra generi, grazie a una capacità di rileggere i dogmi per poi fonderli con disarmante semplicità.

Ne è passato di tempo da quando DJ Shadow, uno che in quanto ad innovazioni ha giusto qualcosina da insegnare al mondo, li volle in un brano del suo OUTSIDER nel 2006, e da allora non si sono mai fermati un minuto tra studio e live; proprio dal vivo il progetto diviene ancora di più una band nel senso più coeso, dove le ritmiche della batteria di Malcom Catto e del basso di Jake Ferguson sorreggono le incursioni della chitarra di Adrian Owusu, abile nel trasmutarsi da una sorta di Wes Montgomery in chiave space-rock  a briglia sciolta a una compostezza incalzante funky psichedelica,  intersecandosi con paesaggi sonori in continuo mutamento grazie alle divagazioni strumentali di Jack Yglesias, che passa senza colpo ferire dal Farfisa (lo spettro di Sun Ra se la ride sornione sempre dietro l’angolo) al tappeto volante di percussioni dall’incedere misterioso, fino alle venature jazzate di un flauto traverso dietro le quali si celano le visioni interiori di Roland Kirk.

La loro discografia è sovente caratterizzata dalle collaborazioni, e inevitabilmente questa esibizione, così come l’altrettanto splendida prova dello scorso aprile all’Auditorium, è incentrata sui brani di A WORLD OF MASKS, tra i dischi più elettrizzanti usciti quest’anno grazie anche alla scoperta della voce di Barbora Patkova, che marchia a fuoco ogni singola nota o modulazione timbrica: corpo sinuoso e movenze sensuali per la cantante ceka, con una voce a tratti a metà strada tra Catherine Ribeiro e Meira Asher, con soluzioni armoniche che riecheggiano del calore desertico dell’Asia Minore e guardano ancor più ad Oriente, mentre la sua palese formazione di ballerina emerge nei momenti di enfasi strumentale, dove sembra apparire l’ologramma di una danzatrice del ventre posseduta psichicamente dalla Stacia degli Hawkwind. Acclamati e richiamati a gran voce, eccoli tornare sul palco per un doppio encore, concluso con la cover della celebre ‘Nuclear War’ proprio di Sun Ra, riletta con la dovuta ironia, dilatata fino a renderla il fantasma di se stessa e resa densa di stratificazioni di suono e guizzi improvvisativi a dir poco esaltanti.

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