6/7/2017. Dagli anelli di Saturno all’anello del Grande Raccordo Anulare il passo è tutt’altro che breve, ma d’altronde la ciurma degli eredi e dei discepoli dell’immenso Sun Ra già conosceva piuttosto bene le coordinate, avendo già portato la loro navicella da queste parti un paio di volte negli ultimi anni. Questa volta l’atterraggio è avvenuto nei pressi del laghetto di Villa Ada, e passando in rassegna mentalmente le copertine dei loro album storici degli anni ’60 e ’70, avreste mai potuto immaginare, anche solo pochi anni fa, un evento del genere? Impossibile racchiudere ed esplicare in queste poche righe la concezione e soprattutto la cosmogonia dietro che si cela dietro l’Arkestra e la mescolanza a dir poco eterogenea delle sorgenti culturali che ispirarono il suo creatore, un misticismo sincretico che mescolava, con ardente disinvoltura, Madame Blavatsky, il libro dei morti, folklore afro-americano e naturalmente cutura egizia e interpretazioni dei geroglifici.

Questo in soldoni, ma ciò che realmente conta oggi, è che l’ensemble sia sopravvissuto al suo fondatore, continuando a mietere date, presenziare a festival e ad espandere suoni, partiture e improvvisazioni fino a farle fluttuare, fuori da qualsiasi schema, gusto del momento o moda imperante: questa è l’Arkestra, e anche stasera si dimostrano come una delle esperienze più intense in cui possiate imbattervi dal vivo, oggi come sessant’anni fa. A guidare la benevola orda aliena c’è sempre lui, Marshall Allen, che dirige, canta, ancheggia all’occorrenza e ovviamente improvvisa col suo alto sax, incurante delle sue novantatrè (sì gente, classe 1924…) primavere alle spalle; ma l’aspetto che più sorprende è la fluidità del suo fraseggio anche sui registri più acuti dello strumento.

Il suo alter ego on stage rimane quel funambolo di Knoel Scott, con le sue espressioni costantemente allucinate e quella propensione nel voler scendere dal palco insieme agli altri musicisti per suonare in mezzo al pubblico in un paio di occasioni (sublime soprattutto sulle note della conclusiva ‘Space Is The Place’), in cui l’Arkestra diventa una sorta di band di New Orleans posseduta all’unisono da un demone africano giocoso e irriverente. Abili non solo nel lasciarsi andare a briglia sciolta ma anche nel ricomporre le fila, tanto che tutti i brani in scaletta sono perfettamente riconoscibili (una versione di ‘Angels And Demons At Play‘ semplicemente superlativa!), arricchiti tuttavia dal necessario tocco di lucida follia collettiva. Immancabilmente sublimi gli arrangiamenti, ossequiosi degli originali ma con degli interplay pazzeschi, con la chitarra di Dave Hotep che si ritaglia uno spazio speciale in queste intelaiature tanto complesse quanto scorrevoli, così come le indiavolate ritmiche e l’indaffaratissima sezione fiati (menzione speciale per Micheal Ray, che prende sovente il sopravvento mostrandosi ancora uno dei trombettisti più eclettici degli ultimi quarant’anni), che si tratti di uno swing impazzito degli anni a Chicago così come negli episodi provenienti dai solchi più ambiziosi della loro discografia da Nubiani interstellari.

Dopo stasera, Saturno non è mai apparso così vicino…

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