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A cura di Freddy Marchiori

Per chi bazzica l’ambiente, Giubbonsky non è solo una nome, ma una vera garanzia di qualità di origine controllata e garantita.

Registrare un eccellente album in presa diretta è impresa ardua, non basta essere un bravo cantante e avere una valida band alle spalle. Non basta essere un artista a tutto tondo. Non basta neppure saper trasmettere i propri sentimenti attraverso la musica. Per fare un album come “Vera la prima” (VREC) bisogna essere come Giubbonsky.

È qualcosa di unico, un vero e proprio capolavoro che solo un cantastorie, come si autodefinisce, del suo calibro può realizzare centrando l’obbiettivo. È il caso di dire: buona la prima.

Cantautore e sassofonista di eccellente levatura, nato a Casale Monferrato, ma milanese di adozione, Giubbonsky ha mostrato tutta la sua versatilità passando dal primo album “Storie di non lavoro” al recente “Testa di nicchia” (VREC) fino a giungere all’ormai celebre brano Marpionne (VREC).

Ascoltandolo è impossibile non cogliere l’influenza e l’ironia dei grandi Enzo Jannacci e Giorgio Gaber che sono stati, e continuano ad essere, i suoi principali ispiratori.

La Giubbonsky band è composta dal bassista Mega (Malakia e Ottoni a Scoppio) e dal batterista Fabio Bado (Contrabbanda).

Da menzionare il brano “Caramella” dedicato ai ciclisti Graziano Predelis e Fabio Chiesa, vittime della strada, ottimo spunto per una profonda e doverosa riflessione.

Giubbonsky non si tira indietro neppure di fronte a temi forti e scottanti, oltrepassando limiti invalicabili per la maggior parte dei cantautori, sfornando il brano “Svizzero”, un vero e proprio atto di accusa verso il caso Eternit.

Da segnalare anche “Piccola grande mela” dedicata a Milano.

Se non vi sono dubbi sulla capacità di comporre e di interpretare i pezzi originali, la prova del nove sulla tecnica vocale l’abbiamo con la cover “Il cuore è uno zingaro”. A dispetto delle apparenze non è un brano facile, ma anche questo test viene brillantemente superato.

Colore associato: Blu oltremare

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