Da Sfera Cubica arriva sempre grande musica…e questa volta il viaggio è di sola andata…finalmente. Sono mille le direzioni possibili da poter intraprendere e mille sono le visioni che restituisce l’ascolto di questo disco di grandissimo impatto firmato da Pier Bernardi: si intitola “Re-Birth” e sinceramente ogni volta che gira sembra quasi un disco diverso. Sono 10 inedite composizioni, tutte strumentali scritte e arrangiate da una firma del basso italiano che dal classico rock sfocia in dipinti industriali di diversa natura e di diversa matrice. Tra andamenti più classici e sfumature psichedeliche vi invitiamo al viaggio che Bernardi ci regala in questo percorsi in cui troviamo anche collaborazioni statuarie come Michael Urbano (Ligabue, Sheryl Crow ) alla batteria e Martin Kent “Ace” (Skunk Anansie) alla chitarra. E poi ancora Giovanni Amighetti che oltre ad aver curato la produzione ha lavorato anche ai sint, Roger Ludvigsen, David Rhodes e Paolo Vinaccia. In rete il bellissimo video del singolo di lancio “Grace”. Noi di 100 Decibel vi invitiamo all’ascolto perchè non restiamo mai fermi dietro le apparenze del main stream. Dietro c’è sempre grande musica. E Pier Bernardi ne è solo una pregiata testimonianza. Play Loud.

Bellissimo il video di “Grace”. E se ti dicessi che ho avuto l’impressione che nel video e nel brano c’è racchiuso tutto questo disco?
Non potrei dirti che stai dicendo qualcosa di completamente sbagliato. Grace è la canzone a cui sono più legato ed è anche, non a caso, il primo singolo di questo album che però al suo interno contiene tracce molto differenti tra di loro: in alcune è preponderante la parte compositiva in altre l’aspetto tecnico, in altre ancora l’aspetto emotivo.
È sicuramente corretto dire che Grace è il brano che meglio di tutti condensa le qualità e i vari aspetti della mia musica e del mio suono. Il video di Stefano Grilli esalta con il linguaggio visivo quello che io ho messo in musica. La tua osservazione è in un certo qual modo azzeccata!

Studiando quel che ti riguarda scopro che spesso una chiave di lettura per comprendere le tue composizioni sono le donne…la figura di un’amica, di una madre…dell’ispirazione (anche lei è donna)…sbaglio?
Da quando ero ragazzo ho sempre considerato la musica come una donna, anzi come “la donna” per antonomasia: difficile da conquistare, bellissima, affascinante, difficile e mai scontata.
Tutte le donne che ho conosciuto nella mia vita, delle quali alcune sono ancora al mio fianco, altre sono più lontane, hanno in comune il fatto di avermi lasciato qualcosa che io, a mia volta, mi sono portato dentro. O almeno a me piace pensarla così. Mia madre certo è un’eccezione. La persi quando avevo 16 anni e questo ha sicuramente influito su tutta la mia vita e sul modo di vedere “la donna”. L’ispirazione è difficile da afferrare e si fa rincorrere, ma quando la cogli o la sfiori quel momento si trasforma in qualcosa di bellissimo, in questo ha qualcosa di femmineo come hai giustamente detto tu. Quindi sì questo disco è anche un omaggio alle donne che sono state importanti nella mia vita, compresa la musica.
Non tutte le tracce però parlano di questo. Alcune sono più legate ad un posto come Stars and stones, altre più legate alle mie radici musicali come I’m ready now, altre ancora fortemente legate a qualcosa di molto intimo come “Little Square of miracles”, il brano più misterioso che io abbia scritto.

E a proposito di ispirazione: quanto questo disco è figlio di uno studio accurato dei particolari? E quanto invece è lasciato così com’è venuto?
Direi onestamente che è figlio di entrambi. Da una parte la pre-produzione è stata molto attenta ai dettagli, Giovanni Amighetti era molto esigente riguardo le composizioni e questo oltre a farmi tirare fuori il meglio è anche stato fonte di continuo studio e quindi esercizio fin nei minimi particolari.
Poi però quando si è andati in studio sapevo benissimo che le mie composizioni sarebbero state più un canovaccio che una linea da seguire pedissequamente, anche perché non era quello che volevo.
Non mi interessava che i musicisti eseguissero quello che avevo in testa io (altrimenti avrei suonato tutto io!), volevo invece che ci fosse il loro libero contributo in modo da lasciare nell’album una firma ben chiara di quello che stavamo facendo. Nessuna canzone è stata soggetta a edit in post produzione perché i suoni di Ace, di Giovanni, di Michael e degli ospiti come David Rhodes o Paolo Vinaccia e Roger Ludvigsen erano già perfetti di loro. Sarebbe stato solo un errore andare a modificarli. Siamo andati in questo senso molto in controtendenza rispetto all’uso diffuso di edulcorare sapientemente ogni traccia in pos-tproduzione.
Noi invece ci siamo trovati in studio consapevoli di voler fare qualcosa di diverso, è stata una scelta che ora è una marca distintiva.
Ci sono canzoni come I’m ready now che nascono da un idea di Ace, altre ancora come My eyes are yours nate da un’ idea di Amighetti.
Il drumming di Urbano mi ha fatto completamente rivedere brani come Blond Noise o A bus, your hand proprio perché era incredibile il suo suono e la composizione volevo lo valorizzasse. Insomma, quest’album è la sincera espressione mia a livello artistico ma anche espressione vera dei musicisti che l’hanno suonato.

C’è tanto tapping in questo lavoro…e ci sono anche tanti disegni di armonici…ha una qualche ragione oppure sono mie banali sensazioni?
È vero e anche strano. Il tapping non è la mia tecnica preferita ma in molti di questi brani l’ho trovata la scelta migliore per il semplice fatto che il mio non è un tapping polifonico solito basato solo sulle ottave o poc’altro ma è un tapping molto armonico basato sulle settime e su accordi molto diversi tra di loro.
Emerge in canzoni come Stars and Stones un tapping più classico, tecnicamente difficile ma che ho cercato di rendere a servizio del brano.
In While are you sleeping e Dresses upon us o Grace invece uso il tapping armonico che ti dicevo e che mi dà la possibilità di suonare sia i bassi che gli alti senza sovraincisioni ma in un’unica traccia.
Lo slap, che invece è la mia tecnica preferita, l’ho tenuta più nascosta proprio perché non volevo che il risultato finale facesse rassomigliare le tracce ai dischi di Funk o Jazz in cui è molto usato.
Se mi vedi live uso molto di più lo slap come tecnica ma per questo disco la parti in tapping potevano essere suonate solo così e quindi era necessario.

E citiamo doverosamente le tue collaborazioni, da Ace a Urbano (e altri ovviamente)…in soldoni “Re-birth” quanto deve a queste persone?
Sicuramente tanto, sia in termini di suono che in termini di idee. Come ti dicevo è stato un lavoro di squadra, non volevo fare un album in cui scrivevo io le partiture per degli esecutori volevo si facesse musica insieme e così è stato.
Tutte le collaborazioni in questo album sono avvenute perché a Ace, Michael, David, Vinaccia sono piaciute le mie idee altrimenti non avrebbero mai partecipato. Sono musicisti che “non si comprano” perché possono scegliere.
Infatti una cosa di cui vado molto orgoglioso è la loro partecipazione all’album e anche la partecipazione attiva su tutti i brani.
Ace mi raccontò che riceveva un centinaio di richieste all’anno per suonare in varie produzioni ma nella sua carriera a parte gli Skunk Anansie, ha voluto suonare solo in un brano di Saturnino e nel mio disco. Altra cosa di cui sono estremamente contento.

Da artista: non pensi che influenze esterne possano in qualche modo aver condizionato troppo marcatamente il tuo estro creativo? In altre parole figure esterne possono aver minato la reale personalità di Pier Bernardi?
No assolutamente e questo te lo posso dire in modo molto sicuro perché nonostante la bravura e le idee di tutti i musicisti che hanno suonato in “Re-Birth”, la musica è la mia. La riconosco io nella composizione e lo capivano tutti durante le session di registrazione in studio.
Inoltre facendo sentire il disco ad amici e colleghi che suonano con me da una vita e che quindi mi conoscono bene, tutti mi hanno confermato, nel bene e nel male, che “si sente proprio che è il tuo stile e il tuo suono”.
A dire il vero questo è il punto più importante per me e anche il complimento più gradito, riuscire ad avere personalità e carisma con il proprio strumento pur essendo a volte delicati a volte molto aggressivi, è esattamente ciò che cercavo.
“Re-birth” arriva sul mercato proprio ora, nel momento in cui, dopo tanti anni di studio ed esperienze, io e il mio suono siamo ben definiti tanto nella solidità ritmica quanto nell’espressione armonica.
Giovanni Amighetti è stato fondamentale in questo percorso perché pur dandomi delle direttive non ha mai obbligato né le mie composizioni né il mio suono. Ho composto e suonato in estrema libertà, secondo il mio sentimento, che solo in un secondo momento si è miscelato con quello di tutti gli altri musicisti.
Inoltre l’assenza di edit in post-produzione veicola ancora di più la mia totale “purezza” e il candore, passami i termini, a dimostrazione di quanto il mio essere è rimasto invariato. Il mio suono è così nel disco ed è lo stesso anche in salotto, a casa mia, con il mio Musicman, il mio ampeg e un jack jack.

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