Bellissima prova di moda e di costume, bellissima mostra di visioni futuristiche e di un suono che ci prova a restare terreno…sarà anche per le connessioni orchestrali di Flavio Ferri…oppure sarà per quel piglio cantautorale che sempre ha contraddistinto il lavoro di Ottodix o per un appoggio fittizio con il parallelismo delle opere e delle istallazioni. Insomma il nuovo disco di Ottodix ve lo raccontiamo con questa bellissima intervista. Si intitola “Micromega” pubblicato da Discipline Records, un viaggio surreale, di terra e di spazio infinito, di genesi umane e animali, di ciò che l’uomo era, di ciò che sta vivendo, e di quel che sarà il suo futuro prossimo. Guardando la vita dal micro al macro, dalle particelle elementari al cosmo intero…tra scenari digitali e scritture classiche. La musica di Ottodix non si può etichettare con semplici riferimenti di stile.

Un nuovo disco di Ottodix. Un nuovo viaggio. Ma pure sempre l’espressione umana al centro del tuo universo…o sbaglio?
Si, non sbagli, anzi. L’equivoco che spesso nasce leggendo le cartelle stampa dei miei album è che mi nasconda dietro a concept album infantili su mondi immaginari, scollegati dalla realtà, per evadere dalla responsabilità di parlare di cose concrete che toccano l’uomo comune.
Invece è tutto il contrario: adotto l’approccio del romanziere o del regista, per raccontare attraverso una storia apparentemente “aliena” e lontana, dei problemi o delle dinamiche universali, che ritroviamo anche e soprattutto nel nostro tempo e nelle nostre relazioni interpersonali.
Se ascolti anche una sola volta Micromega, ti renderai subito conto di quanto l’utilizzo dell’immaginario fisico-scientifico-astronomico, sia solo un pretesto per parlare in realtà di uguaglianza, tolleranza, ambiente, politica, solitudine esistenziale, smarrimento nel mondo della tecnologia, superstizione o violenza latente. Tutti temi che la cronaca ti sbatte in faccia ogni giorno, ma se li vedi inseriti in un contesto così apparentemente lontano, come quello di un almanacco scientifico, assumono un tono più universale e senza tempo. Ogni azione che facciamo noi in singolo o in collettivo, alla fine, risponde a delle leggi dinamiche della fisica, previste dalla natura. Dallo sviluppo concentrico a spirale delle città e delle galassie, alla sinergia tra pesci e uccelli nei branchi, nello sciame o negli agglomerati di particelle. Micromega cerca di rimettere l’uomo al centro tra il micro e macro cosmo, per ricordargli un minimo il senso della posizione rispetto alle cose e il senso della misura rispetto agli altri e alla natura. E’ come dire: fatti due calcoli, al netto dei deliri di potere e dei fanatismi religiosi e usa la testa. Tu sei questo, e sei fatto di molecole, ma sei a tua volta una molecola nel cosmo, quindi dove credi di andare?
Una visione razionale del mondo, oggi, è l’unico antidoto equo al delirio collettivo in cui siamo immersi e l’unica via di fuga che ci possa dare una ridimensionata, calcoli alla mano.

La musica di questo disco sembra porre più marcate distanze verso qualcosa di riconoscibile. Insomma la tua è una musica che si ribella ai cliché o non ci pensa proprio?
Devo dire che sempre di più, non ci penso proprio. So di avere un pubblico storico più wave- electro o 80’ oriented, e io stesso, se non ho uno o due pezzi che viaggiano in quella direzione, non mi riconoscerei, quindi una radice nel mio background la tengo sempre volutamente. In questo caso “Elettricità” e “Zodiacantus” sono abbastanza emblematiche, ma in realtà, per il resto e grazie a Dio, oramai faccio quello che più mi piace e che reputo più in linea con gli argomenti trattati. Io metto in scena delle sceneggiature di album, con rimandi visivi molto chiari, quindi è naturale dare alla musica il vestito più adatto innanzitutto al film che sto portando a termine.

E in questo momento di totale invasione del main stream, laddove anche la scena indie cerca di imitare i big della televisione, un disco come il tuo con che spirito incontrerà i media italiani e il suo pubblico?
Con lo spirito opposto.
L’appartenere a una “scena”, che sia indie, mainstream new pop, o di rock per circuiti universitari, o elettronica ambient, eccetera, non mi attrae. Spesso è esclusiva, nel senso che esclude, io tendo a includere e invadere
. Non produce cultura, ma sacche di pubblico, amici, favoritismi, lobbies chiuse in sé stesse che si auto convincono di essere al centro del mondo e migliori delle altre.
Io ho studiato arti visive e mi è stato insegnato che un artista deve avere il coraggio di proporre una via che guardi oltre, ma che abbia un messaggio trasversale e concreto. Per portare avanti questa cosa devi lavorare affrontando ostacoli, muri, incomprensioni, esclusioni, etichettature sbagliate, platee a volte semi vuote, ma devi mantenere la testa alta e la coerenza, perché se ti sei premurato di lasciare testi, musica, pubblicazioni, documentazione video, interviste e spiegazioni, prima dopo il tuo lavoro verrà analizzato e studiato, se non era figlio delle mode.
Mi scontro ogni giorno con la diffidenza, sia di chi è abituato a prodotti più di largo consumo, che all’opposto di chi non vuol saperne di uscire dal suo giro esclusivo dei generi. Non c’è cosa più difficile che unire linguaggi per trovare una cosa in comune: stai sulle palle a molti, ma questo è tipico di quando ti muovi in nuove direzioni.
Oggi l’eccesso di caratterizzazione di un progetto, per una questione di incasellamento, è visto come un problema, a cominciare dai circuiti live, ognuno convinto di essere “avanti” a modo suo, mentre invece abbraccia una concezione settaria della musica. Questo atteggiamento si crede molto moderno, invece è già superato e sta producendo danni su vasta scala. Mi rifiuto di ritoccare il mio lavoro per entrare “nel giro di” ed avere garantita una certa visibilità in più. Non è una questione di successo, quello è relativo all’obbiettivo che ti dai e spesso al livello con cui ti accontenti di esprimerti. Ottodix non ha un pubblico sterminato, ma sempre in crescita, in termini di stima, di sfide, di credibilità e consensi, anche lontano da certi ambienti musicali che mi stano sempre più stretti e che trovo vecchi, nel loro sentirsi nuovi.

Se non sbaglio Berlino è un momento ed un luogo di vita per te determinante…giusto?
È un luogo in cui ho casa, a Schoenberg, e che vado ogni tanto per staccare la spina, a respirare curiosità e rispetto, a far vita di quartiere lontano dal casino. Sembra strano vero? Spesso si va a Berlino per i motivi opposti. Io ci vado a scrivere. Ci ho scritto gran parte di questo album, in un periodo emotivamente importante. la morte di Bowie mi ha toccato in profondità e l’essere a due isolati dalla sua casa del “periodo berlinese” mi ha in qualche modo ispirato. Blackstar è l’album di un alieno intelligente, coraggioso fino all’ultimo, che ha unito pop e ricerca. Un modello.

Voglio citare un bellissimo disco di Rocchi e Tofani. Ma la tua musica insegue un “Gusto superiore”?
Forse si, ma detta così sembra presuntuosa; diciamo un gusto diverso, un taglio personale, ripescando contenuti universali.
Gli ambienti della musica rock-pop mi stanno un tantino stretti. Trovo più conservatorismo, ormai, lì che altrove, quando prima erano movimenti di ribellione e di alternativa.
Oggi credo ci sia bisogno di tornare a saper leggere la complessità in un’opera, non sempre solo la freschezza, la sintesi, la semplicità. Progetti nuovi che guardino in grande con un po’ più di coraggio.
Questa cosa della semplicità a tutti i costi ci ha fottuti, alla lunga e si è tramutata in semplificazione.

Per concludere vorrei sapere: installazioni e musica, convivono assieme anche dal vivo?
Attraverso i visuals, sì.
Devi contare che in un concerto di Ottodix oggi devi fare i conti con un primo impatto in cui ti arriva contemporaneamente un testo pieno di metafore e di rimandi, accordi e arrangiamenti che non sono proprio il classico giro di DO fatto da chitarra basso e batteria, e per finire dei visuals proiettati con altri simboli visivi. Credo che ce ne sia a sufficienza.
I progetti per il prossimo anno, legati a Micromega, sono tuttavia ancora più ambiziosi. Spero tanto di trovare i partner giusti, in questa fase delicata, ma a giudicare dalle proposte che mi stanno arrivando, sono ottimista. E ti assicuro che detto da un pessimista cosmico quale io sono, vale doppio.

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