Una carriera andata un po’ a “singhiozzo”, non continuativa. Cosa vi ha spinto a scegliervi sempre e comunque?
Il Museo ha come sue fondamenta solidi rapporti personali, alcuni nati quando eravamo adolescenti appassionati di musica, sia ascoltata che eseguita. Quattro elementi (Galifi, Golzi, Moreno e Libra) appartengono infatti ad una stessa generazione: quella pionieristica del rock nascente. Borelli, Meggetto e Senis sono più giovani ed hanno un background musicale diverso ma perfettamente compatibile con l’esigenze  creative della band. In poche parole l’elemento che ci ha tenuto insieme è l’amicizia.

Siete stati in tour in Giappone ed ad Aprile partirete per il Messico. Com’è suonare il rock progressive italiano  all’estero?
Il prog italiano all’estero riceve una particolare attenzione restando sempre un fenomeno di nicchia; il pubblico è molto diverso da quello che ascolta il pop; è disposto a farsi guidare dalla mutevolezza della struttura musicale; è attento ai testi anche se sono in una lingua diversa. E’ soprattutto curioso di novità e incoraggia più facilmente le nuove band. In Italia il panorama è meno dinamico. I gruppi storici polarizzano gli appassionati del genere e le nuove formazioni progressive stentano a trovare i loro spazi.

Avete raccontato in musica Kalevala, un poema nordico per una rivista norvegese. Segno che siete riconosciuti a livello mondiale.
Abbiamo partecipato molto volentieri a quell’esperienza corale. E’ stato interessante sviluppare un argomento stabilito da altri ed inserire la nostra interpretazione di un episodio del poema in una specie di “puzzle” formato da gruppi principalmente europei. Confrontarsi è sempre utile ed aiuta a riconoscere la propria identità musicale, il proprio stile.

In quarant’anni di musica (personale e collettiva) com’è cambiato lo scenario musicale?
Il rock è stato elaborato con infinite sfumature e contaminazioni; la musica classica e le ballate sono rimaste sostanzialmente legate alla grande tradizione.  E’ cresciuto l’interesse per la musica etnica, spesso addolcita da arrangiamenti pop. Il jazz ha continuato il suo percorso elitario. E’ cambiato notevolmente il modo di ascoltare la musica che, attraverso internet, si diffonde con un’incredibile rapidità. La diffusione dei video poi ha spostato l’attenzione sull’immagine, sulla confezione mediatica.

Una domanda per Golzi. Hai detto che “il Prog Rock ci ha insegnato a gestire meglio le note del pop”. Com’è giostrarsi tra i Matia e i Museo?
E’ vero le note del Rock Prog sono più difficili da gestire e questo mi aiuta molto quando suono il Pop. Hai usato proprio un termine giusto: “giostrarsi”! Beh, mi diverte e mi soddisfa tantissimo vedere l’alternanza tra pubblico Pop e Rock, mi amplifica lo  spettro di conoscenza dei gusti della gente. Tutto ciò è possibile grazie ad un ottimo management che si occupa e coordina i miei impegni.

Quali evoluzioni ha subito il vostro sound?
Nell’arco di 40 anni il Museo è stato abbastanza dinamico per quanto riguarda il sound: ai tempi di Zarathustra la formazione 4 + cantante imponeva un’interpretazione asciutta, senza tanti fronzoli; verso la fine del millennio Stefano “Lupo” Galifi non ha partecipato all’album “Exit” e la voce solista di Andrea Biancheri ha suggerito degli arrangiamenti più morbidi, vicini alle sonorità pop.  Il ritorno di “ Lupo” e l’arricchimento strumentale hanno riportato il Museo nello stile progressive: il timbro vocale del cantante, inserito in una dimensione sonora più articolata, realizza ora un sound più corposo, con tratti dichiaratamente rock e passaggi sinfonici che disegnano scenari evocativi.

Ci sono delle sonorità esterne che hanno influenzato il vostro ultimo lavoro?
Il taglio narrativo che abbiamo dato al concept di Barbarica presuppone l’idea di globalizzazione: purtroppo la guerra e il problema ecologico sono eventi che interessano tutto il pianeta. Nella realizzazione musicale abbiamo sentito l’esigenza di sonorità diverse da quelle della nostra tradizione rock. C’è stata quindi un’attenzione nei confronti della musica etnica che ha influito soprattutto nella creazione di atmosfere.

Per chi è stato pensato “Barbarica”?
Per chi ha seguito in questi decenni il Museo Rosenbach. Abbiamo voluto dire al nostro pubblico che Zarathustra non è stato un fenomeno chiuso in se stesso, un colpo di fortuna legato ad una particolare stagione della musica italiana. Con Barbarica abbiamo continuato il discorso musicale e testuale iniziato 40 anni fa. Gli argomenti sono gli stessi espressi in modo più narrativo, più realistico. Anche in “ Exit” c’era questa continuità ma l’album non aveva un concept ben definito ed è stato considerato una compilation di songs. Il nostro ultimo lavoro insomma si ripropone come un ritorno ad uno stile progressive che sia più facilmente riconoscibile da chi ama questo genere.

Dalla vostra biografia si legge: “Il titolo dell’album evoca scenari drammatici, dominati da un’istintiva violenza che fa regredire qualunque civiltà al primitivo stato di barbarie. La band racconta un mondo disorientato, incapace di crescere in armonia con la natura, lacerato dal demone della guerra. Com’è il mondo visto dai Museo? È davvero così triste e tetro?
Barbarica è un’istantanea; il messaggio è un affresco condizionato dai limiti che ha una composizione musicale. La domanda che ci siamo fatti in sede di creazione dei testi è stata: “Siamo veramente un’umanità sulla strada del progresso?” La risposta che abbiamo espresso nel concept ha un sapore pessimista perché il diavolo della guerra sembra immutato da secoli. La gente si uccide con la stessa rabbia che avevano i nostri antenati. L’uomo è sempre lupo all’altro uomo. Dove non c’è la violenza fisica, c’è la prepotenza, il potere ingannatore e traditore. In questi ultimi anni poi ci siamo accorti che la nostra dissennata politica ambientale rischia di “toglierci la Terra “ sotto i piedi. Francamente un’istantanea realista può solo raffigurare un mondo che NON progredisce, che  nasconde sotto il bagliore della tecnologia un comportamento ancora dominato dall’istinto e dall’egoismo.

Quale potrebbe essere la soluzione?
Disarmare gli assassini e abitare il mondo come se fosse il nostro giardino.

Noi vi ringraziamo enormemente per il tempo dedicatoci e vi lasciamo l’ultima parola per i nostri amici lettori e per i vostri fan.
L’ultima parola è piena di riconoscenza per gli amici che, ascoltando la nostra musica, si fanno coinvolgere dalle brevi storie che raccontiamo e si emozionano di fronte agli scenari che tentiamo di esprimere. A loro diciamo quello che si scrive nei messaggi affettuosi : “A presto!

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