Su di lui se ne son dette tante, non sempre a sproposito, ma soprattutto qualcuno si ricorderà come un tempo stesse correndo il rischio di diventare l’ectoplasma di se stesso, di un mondo e un modo di essere rockstar. O meglio di esserlo quasi stato, prima di scegliere una strada personale, all’inizio quella “cantautoriale” (abbandonata sin troppo presto), poi la riscoperta della viscerale elettricità di chitarre mandate in acido.

Anche in questo nuovo tour e anche questa sera, l’ex frontman degli Screaming Trees conferma il suo interesse per gli ultimi segmenti della propria carriera, sebbene parliamo di un lasso temporale di circa tre lustri, con una scaletta che non guarda all’indietro oltre a ‘Bubblegum‘, i cui estratti (tra cui figurano ‘One Hundred Days’, Head’ e ‘Methamphetamine Blues’, eseguite back to back verso la fine del concerto) vengono salutati con gaudio ed esplosioni di gioia da parte dei convenuti. Lo guardi muoversi giusto il minimo sul palco, facendo ondeggiare il ginocchio sinistro vicino all’asta del microfono, di nero vestito e con occhiale spesso che gli danno un’aria più da intellettuale beatnik che da junkie maturo, e ti viene da pensare che dietro quell’aura da esperto veterano c’è tutta la fragilità leggiadra dei suoi brani, soprattutto dei suoi testi, che ci restituiscono l’uomo ancor prima del personaggio, del sopravvissuto di un’epoca che si è fatto icona.

La band, compreso suo fratello che lo accompagna alle tastiere, pennella paesaggi di lisergico tepore dove la voce di Mark, resa ancor più cavernosa e profonda dall’età e dall’alcool, prova a scaldare le proprie storie di perdita, coscienza e consapevole rassegnazione, con tutta la sensualità che conosciamo, quella davvero rimasta immutata in tutti questi anni.

L’aspetto più sorprendente riguarda i brani del nuovo album, non a caso intitolato Gargoyle, in cui il nostro sembra aver avuto una piacevole sbandata new wave, con pattern sintetici ad un passo da Ultravox e Visage (!), nonchè venature gotiche che onestamente non ci saremmo mai aspettati: non stupisce, in tal senso, che a chiudere l’esibizione sia una versione assai fedele di ‘Love Will Tear Us Apart’

Il pubblico apprezza e d’altronde parliamo quasi di un mantra, di una preghiera laica e decadente che appartiene a tutti, ma il cui senso tende a sfuggirmi: va bene Mark, ti piace vincere facile, ma con tutta la tua discografia a disposizione, perché non andare a riscoprire qualcosa dei Mad Season (anche se, ad onor del vero, ha il merito di ripescare dal cilindro ‘Deepest Shade’ dei Twilight Singers, celebre progetto in combutta con Greg Dulli) o qualche brano dimenticato proprio degli Alberi Urlanti? D’altra parte, dispiace anche che abbia ormai messo in disparte i suoi primi lavori solisti degli anni ’90, come ‘Scraps At Midnight’, l’esordio ‘Winding Sheet’ e soprattutto il suo capolavoro ‘Whiskey For The Holy Ghost’, per chi scrive uno degli album di folk-rock psichedelico più ispirati mai partoriti dal genere umano.

A fine esibizione, non senza un certo stupore, Lanegan si concede una session di autografi e si lascia andare a sorrisi e ai flash dei suoi fan, che prendono d’assalto lo stand del merchandise.

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