Ci piace l’approccio artigianale con cui Luca Bash produce e da vita alla musica che ci restituisce questo nuovo disco: “Oltre le quinte”. Inediti di soul americano più che pop italiano, un disco dall’anima nera probabilmente tanto che se ne sente il bisogno di tradurlo in inglese: esce infatti anche la versione americana con il titolo “Keys of Mine”. Penso un poco ad un grande “Alan Sorrenti” però proveniente dal ghetto fumoso di New York. Insomma Luca Bash che si definisce “cantautore indie” – e approfondiremo a breve il perché – sforna un lavoro ibrido, di respiro internazionale ma di chiara fattura italiana. Lontani dal rock come anche lontani dal pop. Appena due passi oltre il confine del folk industriale per questo disco di matrice completamente artigianale. Non perdetevi dietro la malsana apparenza delle cose

Cantautore indie: come mai questa definizione per Luca Bash? E mi riferisco al genere musicale soprattutto…
In effetti, lato “industriale”, direi sono sufficientemente indipendente visto che tutto, dal sito ai video, fino ai testi e alla musica, è frutto della mia indipendente follia, se vuoi, anche romantica, di prodigarmi praticamente in due “vite” ben distinte. Il genere musicale, ascoltando tutto il disco, direi che si muove su diverse linee d’onda, dal Rock al Funk, dallo Swing a stili un pochino più ricercati. Unendo al tutto testi con temi non “populisti” ed armonie che tentano di essere ricercate, credo né esca un prodotto che non “fa piedino” alle mode del momento e al “mainstream”. Credo che da “Giorni Così” si possa notare come uno dei miei riferimenti di gioventù sia stato Dave Matthews, che solo dal 2004 viene definito commerciale… ma nel ’95 anche lui era un “indie”. Ad ogni modo, dalla genesi del disco alle genesi delle canzoni, tutto è nato spontaneo e indipendente, senza strizzare l’occhio a nessuno se non al nostro gusto musicale nostro. Non credo che “indie” sia sinonimo di “nicchia”, ma credo sia riferito all’indipendenza artistica di quello che si propone. Poi, se il prodotto finale risulta “easy listening” o “commerciale”, la trovo una deliziosa coincidenza… anche perché, a dirti la verità, in macchina la maggior parte dei miei Mp3 sono anni ’70 e ’90, e credo la cosa si avverta!

Perché una versione del disco anche in inglese?
Io scrivo al 95% i miei testi prima in inglese. L’inglese ha la bellezza di richiedere meno sillabe per dire un concetto. Questa prerogativa gli consente di essere una lingua altamente proficua nella composizione delle liriche “leggere”. Quindi mi sono trovato, di fatto, ad avere, senza particolari sforzi, duplici testi per ogni brano. Inoltre, come anche si può notare dalle visualizzazioni di “Beyond the Screen” (versione inglese di Giorni Così) si può notare come il mercato sia ampli a dismisura quando poi riesci a proporti nella lingua più parlata al mondo. Esiste poi un secondo vantaggio “artistico”… vedi, se credi che quello che dici e quanto vuoi comunicare meriti, il tuo sogno, come artista, è quello di poter parlare con più persone possibili. Avevo le musiche e i testi… la conclusione è stata ovvia!

Anima soul in più punti del disco…e poi la tua voce e il come disegni le melodie. Diciamo quindi che è questa la tua vera natura?
Abbiamo sempre accusato l’America di non avere una cultura “storica”, vista la giovane età del loro popolo. Ma secondo me la musica leggera rappresenta l’aspetto dove la cultura americana si è più sviluppata. Io dal ’98 circa seguo e ascolto Blues, Soul, Jazz, Fusion, e i vari artisti che nascono da questo background. Io non me ne accorgo, ma credo che quanto mi fate notare sia diretta conseguenza dello sviluppo dei miei gusti musicali. La trovo una musica completa, che ancora si basa sulle “mani” e sul “legno”, e sulle sensazioni che lo strumento ti da… mi piace molto sentire “l’aria” delle onde sonore e tocco l’elettronica solo quando viene a supporto delle armoniche vere degli strumenti. Detto ciò, la mia voce, che comunque non reputo eccelsa ma credo particolare, trae carattere necessariamente da tutto ciò.

Un disco senza direzione artistica. Quanto ti ha dato l’avere libertà e quanto invece ti è mancata una guida con un punto di vista diverso?
Ti rispondo con una domanda, e non per “sfidarti”, ma per spiegarti come la vedo… Cos’è una direzione artistica? Oggi credo sia il dare un indirizzo che possa collocare il brano o il prodotto in un mercato preciso. Ha un’accezione industriale e un fine commerciale. Un bravo direttore artistico non si pone il quesito di cosa meglio si adatti al sentimento dell’autore… per quello basta il compositore o lo stesso cantautore! Un bravo direttore artistico è colui il quale riesce a “vestire” un prodotto di quelle caratteristiche necessarie affinché conquisti gli obiettivi che la produzione si prefigge. Ti dico quali sono i miei obiettivi: creare un disco vero… e per vero intendo che chiunque ci ha lavorato, ha fatto quello che voleva, compreso il fonico, a cui ho dato la stessa libertà che ho dato ai musicisti! Il risultato, che mercato “attacca”? non importa… il batterista sentirà questi brani e dirà “l’ho creato anche io!”, e il tastierista, come il bassista, diranno lo stesso… Tutti gli artisti hanno partecipato al messaggio che questi brani danno, e non hanno solo “suonato”. Questo credo sia un punto di vista “diverso”… forse IL punto di vista diverso: dare valore all’arte di ognuno. Il resto è industria…

E per chiudere: tutti i contributi dei collaboratori che hai radunato sono stati all’altezza delle tue aspettative?
Quello che fanno va oltre quello che posso immaginare. Una volta arrangiammo un brano che avevo scritto, quando ancora eravamo una Band. A fine prova gli dissi: “Ragà, meravigliosa… oddio, è n’altra canzone eh… ma è meravigliosa!”. Adoro come suonano… sono fortunato e loro sono miei amici. E il disco è dedicato a loro.

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