Acqua e futuro. In qualche misura mi piaceva questo gioco di ingredienti e di metafore. In qualche modo mi piaceva sottolineare il disco d’esordio de Lo Yeti aggrappandomi a qualcosa che di concreto lui utilizza per raccontarci la sua poetica: l’acqua. Si intitola appunto “Le memorie dell’acqua” questo primo lavoro prodotto da Angelo Epifani. Suoni decisamente affascinanti, dolci e decisi, ben incastrati in uno spettro di frequenze che a loro modo investono attenzione sulle medio-altre frequenze, eterei gli arrangiamenti e plasticose le melodie. Una poetica in bilico tra l’ermetismo visionario e belle sensazioni di musica d’autore italiana. C’è molta personalità in tutto questo disco…probabilmente ecco una delle opere prime a cui il Club Tenco dovrebbe porre occhio ed orecchio.

Come mai questa metafora filologica con l’acqua?
Avevo in mente questa semplice immagine di un bambino che impara a piegare la carta per farne una barca. Impara a farlo non senza diversi tentativi, affinando la tecnica e rendendo le pieghe sempre più precise, per poi affidare finalmente la piccola imbarcazione all’acqua che scorre, senza sapere dove arriverà e dove la sua barca verrà trasportata. Mi affascina l’ossimoro che c’è nell’acqua, il cancellare e il trasportare. Quando ho iniziato a scrivere il materiale per l’album mi sono reso conto fosse un modo per imparare a raccontare a me stesso tante vicende personali, che non avevo voluto mai affrontare, una sorta di catarsi insomma, così da poterle lasciare andare.

Nel video di “Amore Bufalo”…mi incuriosisce proprio il parallelo con l’astrofisica. Come mai questa direzione?
Volevo porre enfasi sul concetto di ricerca, nella sua accezione sociale, contestualizzando il tutto all’interno di un palcoscenico che fosse però realmente scientifico. Siamo stelle che cercano altre stelle e mi piaceva l’idea che questi grandi e complicati strumenti che si vedono nel video potessero essere dei “filtri” mirati alla ricerca proprio di queste, ma che allo stesso tempo ci allontanassero da ciò che è già vicino a noi. Guardare fuori con i propri occhi, aprendo la cupola, è alla fine anche il modo più semplice per farsi vedere dagli altri.

Che poi è meravigliosamente cinematografico quel posto…dov’è?
Sì, è un posto fuori dal tempo, bellissimo. È l’Osservatorio Astronomico di Loiano, un paese in provincia di Bologna. é stato infatti il set anche di altri film. L’osservatorio è in funzione e d’estate propone anche dei bellissimi tour notturni, da li di notte il cielo è magnifico.

Dal grafico al cantautore. Quanto è stata lunga e traumatica l’escursione?
Faccio l’art director pubblicitario da diverso tempo, ancora oggi, ed è un mestiere che mi piace molto e che in fondo condivide tanto con quello del cantautore: la creatività, nella ricerca di soluzioni visive e sonore nuove, nella scelta delle parole e del loro peso e nel dover essere curiosi. Ma soprattutto il non avere orari…
Diciamo quindi che sono due cose che ad oggi, per me, coesistono.

Ad oggi chi contamina chi? Lavori alla grafica con un piglio più metaforico o scrivi canzoni pensando più all’estetica?
È difficile tenersi dentro compartimenti stagni, per cui credo che ogni cosa che faccio in qualche modo sia una risultante di questi due aspetti. Di base è un forma mentis precisa, trasversale ai due ambiti. La cura che ho della musica anche nella sua veste estetica ovviamente deriva dal mio imprinting grafico; la scelta delle immagini, dei colori, delle forme grafiche vanno a far parte di tutto un immaginario che concretizza e definisce l’artista, oltre e assieme alla musica. In modo più allargato, anche il lavoro sulle parole “subisce” e vive di questo meccanismo estetico; come per un lavoro grafico, anche le parole nascono da un’esigenza spontanea per poi essere corrette, affinate, rese “belle”.

Quanto c’è di rock e di alternative in questo disco secondo te?
Ce n’è tanto nel mio background. Quindi inevitabilmente ci sono tante influenze nei brani che provengono dai miei ascolti. Sono comunque etichette difficili da dare, soprattutto quando il lavoro da etichettare è il tuo, nel senso che non riesco ad avere una consapevolezza di genere quando scrivo. Non parto diciamo con l’idea di fare un disco, non so, blues, o rock, ma mi trovo alla fine con un materiale diversificato; credo ci siano differenti generi al suo interno.
Di rock c’è il suo essere “nato e cresciuto” un pò on the road, fra diversi posti e diverse case, fra nottate passate a dormire in studio di registrazione e lunghi tragitti passati in macchina, per lavoro, registrando sul mio telefono ogni piccola melodia o parola mi venisse in mente. Di alternative c’è l’approccio alla canzone, nel suo non dover per forza stare dentro un standard canonico, chessò, togliendo il ritornello.

Comments

comments