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Intervista di Michael Cartura

Il 22 febbraio a La Claque di Genova si è tenuto il release party dell’album Flotsam di Joel Cathcart. Un cantautore introspettivo che predilige contesti intimi per la sua musica, tanto che è facile passeggiare e scoprirlo suonare dentro una libreria o un atelier del centro storico di Genova.

Questo suo ultimo lavoro è molto diverso dal precedente Praglia, racchiude nove canzoni che assumono valenza di frammenti, schegge, pezzi di qualcosa che il mare riporta sulla riva. Uno dei brani che colpisce maggiormente durante la serata è proprio il nono, quello conclusivo, ricorda l’alluvione del 2014 a Genova e come tutto fosse fuori posto.
Proprio durante questo brano mentre le luci si accendo lentamente gli occhi si preparano a vedere quello che già l’orecchio aveva capito, i musicisti che fino a poco prima erano sul palco stanno suonando tra la sala, fuori posto.

Insomma una serata davvero particolare, proprio per questo motivo abbiamo deciso di dedicare più attenzione a questo artista, quindi lo incontriamo in una giornata di sole e approfondiamo con lui Flotsam.

La prima cosa che si notava entrando al teatro La Claque erano le illustrazioni nel foyer di Michele Lepera. Che relazione c’era tra i disegni e l’album?
Quella con Michele Lepera è una collaborazione di cui son molto contento. Gli ho dato carta bianca perché mi piace molto il suo stile, ha voluto tradurre ogni canzone con questi frammenti. Ha deciso quindi di creare dei relitti visivi, 9 ibridi relativi ad ognuna delle canzoni. Nove pezzi di un corpo umano, nove organi, nove dettagli.
La canzone che meglio spiega questo concetto è Metod Acting; parla dell’identità del corpo umano, senza nome, senza etichette.
Si parla di disastri e eventi apocalittici o meglio di un approccio simbiotico tra le due cose.
L’illustrazione di Metod Acting è anche la copertina dell’album.

Definisci la parola Flotsam come un insieme di relitti spiaggiati dopo un evento capace di rompere la normalità. Quale evento ha rotto tua normalità?
È importante dire che questo disco non è strettamente autobiografico perché mette insieme canzoni molto personali con delle fantasie fantascientifiche e finte profezie. Sarebbe ancora meglio dire che si tratta di un miscuglio di contesti che non centrano sempre l’uno con l’altro.
Non andrei dunque a cercare un evento nella vita dell’artista.
Ho sempre avuto la tendenza a cercare dettagli fuori luogo, mentre la musica ormai è molto categorizzata. Ci piace definire, capire e catalogare tutto in un genere ben preciso. Aggiungiamo un trattino e chiamiamo tutto “post qualcosa”. Mi sento allergico a questo tipo di ragionamento, si riconduce a Metod Acting. Siamo senza genere, senza etichetta, e quindi lo è anche la musica. Ma questa mia tendenza la si ritrova in altri miei progetti come i miei quadri o in come scrivo la mia poetica.
Negli epiloghi di questi eventi c’è: spazio, esplorazione, domande ed un “post”.
Ho così compreso di aver creato un corpo con questi frammenti. Quasi come costruire un mosaico.

Quando ti ascolto mi immagino un artista del passato ma se poi penso quale non so a chi accomunarti. Come fossi anche tu fuori posto. Esiste in particolare un artista che è stato fonte di ispirazione per Joel?
Mi definisco onnivoro! Ho avuto un’educazione da compositore, da musicista classico. Come avessi avuto una dieta sana e ampia che comprendesse tutto. Ascolto tutto, metal, hip-hop, folk, tutto. La cosa importante è la musica, non fare il musicista. Nella società ci appoggiamo troppo alla figura dell’artista. Per la mia musica potrei anche suonare dietro una tenda. Non è importante.
Fondamentalmente conta è la ricerca, il processo di scrittura e la composizione.
Volendo essere meno misterioso ammiro i cantautori. Quelli confusi tra essere musicista e/o poeta.

Tu ti senti cantautore?
Mi sento musicista e mi sento poeta, cerco di mettere le due cose insieme.

Quindi ti senti confuso?
Si sono confuso (ride n.d.r.), è come aver dentro una vecchia coppia che litiga. Le parole vogliono più spazio, la musica a sua volta vuole più attenzione, le parole non si sentono apprezzate e allora la musica vuole fare cose nuove. Spesso chi si spaccia per cantautore non lo è.
Esistono validissimi poeti che non sono musicisti e ci son musicisti altrettanto validissimi ma non hanno ancora imparato cosa vogliono dire. Ed è per quello che esiste ancora la musica strumentale grazie a dio. Per quelli che decidono di non dire nulla.
Il cantautore è un appetito non una banale passione. La passione è una cosa effimera mentre l’appetito è un bisogno viscerale. Preferisco pensarla in questi termini.

Mi ha colpito molto una canzone che racconta di una filastrocca irlandese. Una filastrocca usata per sconfiggere la noia contando le gazze nella campagna. Quand’è che provi noia?
Sono molto fortunato, non provo noia.

Mai?!
Mai! Mi sembra di esser sempre circondato da un mondo ricco di pensieri e attività varie. Sono onnivoro anche nella vita. La curiosità l’abbiamo tutti da piccoli, ci viene poi portata via, siamo di corsa e abbiamo meno tempo da ”sprecare”. Paradossalmente questo ci crea un sedimento che si
manifesta come noia e frustrazione, non ci diamo il permesso di essere curiosi.
Siamo sempre più efficienti mentre lavoriamo, mentre stiamo al telefono, mentre scriviamo un mail o l’appunto per una riunione di domani in cui saremo in ritardo.
Io son cresciuto in modo diverso fortunatamente; la curiosità è importante a livello umano ed io vivo grazie alle curiosità, per cui tento a infonderla.

Nel cuore del concerto hai deciso di proporre tre canzoni dell’album precedente. La cosa che mi ha incuriosito è stato che le hai legate l’una all’altra. Hai pure chiesto alla gente di applaudire solo alla fine, quasi a voler impedire la rottura di un filo invisibile. Se non dico male le prime tre di Praglia (le mie preferite tra l’altro). Che valore ha avuto per te questo momento sul palco?
Non sono solo tre canzoni vecchie, sono anche due canzoni nuove. Flotsam raccoglie sia memoria che profezia. I suoi frammenti parlano del passato ma indicano nuove aperture, i frammenti sono anche testimoni di una distruzione necessaria alla crescita.
Per questo motivo volevo andare a toccare brevemente altri due miei lavori, uno passato e uno futuro, perché Flotsam non è il mio canto del cigno, è un fulcro.

Vi suggeriamo di approfondire questo artista che si è aperto qui con noi oggi, sempre fedele al suo pensiero e anzi che suggerirci un video sceglie un audio “Per la mia musica potrei anche suonare dietro una tenda.”.

Qui potete ascoltare Joel Cathcart

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