Report By Josh De Mita
Correva l’anno 1001 D.C. quando la popolazione di Roma si rivoltò contro Ottone III di Sassonia e papa Silvestro II, costringendoli a fuggire a Ravenna. Ma questa che stiamo per raccontare è un’altra storia. Ci sono solo due cose in comune: il numero 1001 e Roma.
Roma è la città di provenienza dei Joe VictorCafè 1001 è la venue, situata nel quartiere di Shoreditch a Londra, nel cuore della The Old Truman Brewery Arts & Media hub. Un’area ben conosciuta per la vita notturna (e non) e l’alta vocazione artistica. “Vibrant and cool” come amano definirla qui nel Regno Unito.
Il Cafè 1001 è un posto molto originale ed accogliente. Un piccolo bar all’ingresso, lungo e stretto, con degli scalini che portano ad una lounge area con tavolini e divanetti al piano di sopra. Salendo, proprio di fronte alle scale, una porta tagliafuoco grande e pesante con la scritta “Function Room”, indica l’ingresso della sala concerti. “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate” sembra recitare, ed effettivamente le pareti rossastre lasciano immaginare di essere nell’anticamera dell’inferno. Questa sera ci sarà l’inferno, ma di quelli buoni, quelli che piacciono a noi.
Verso le 20.30 circa inizia l’opening act. Pip Fluteman è il suo nome, un ragazzo di Manchester, voce e chitarra classica, a cui è affidato l’arduo compito di scaldare il pubblico. Bella voce, soprattutto buona tecnica sullo strumento. Si capisce subito che  ha studiato chitarra classica. Nel frattempo la sala è quasi completamente piena.
Dopo circa una mezzoretta finisce la performance di questo ragazzo, nemmeno il tempo di una sigaretta ed i Joe Victor, accompagnati da Giorgio Maria Condemi (Motta) alla chitarra e Ramon Caraballo (Bandabardò, Daniele Silvestri) alle percussioni, sono già sul palco. Senza troppi fronzoli, 1..2..3…..BOOM!
Si parte con Bamboozled, traccia di apertura dell’album Blue Call Pink Riot ed è subito baldoria. L’impatto scenico e sonoro della band romana è degna di nota e mi lascia positivamente spiazzato. Una sezione ritmica solida con Guglielmo Senatore alla batteria e Michele Palazzo al basso supportata dalla chitarra calda e puntuale di Giorgio, impreziosita dall’esperienza e la solidità di Ramon e dai ritocchi geniali di Valerio Roscioni alle tastiere, fino all’ingresso della ciliegina sulla torta, la voce di Gabriele Amalfitano. Graffiata, crudele, calda, un incontro tra Rino Gaetano, Bruce Springsteen, James Brown e Prince a tratti (solo per citare i primi che il cantante romano mi ricorda).
I Joe Victor ci mettono poco a scaldare il pubblico del 1001, composto per la maggior parte da italiani ma anche da parecchi inglesi che, a dispetto degli stereotipi, si lasciano trascinare e ballano in primissima fila.
Lo spettacolo è superlativo, ed è quasi impossibile non farsi piacere questa band. Un blend perfetto tra foot-stomping rock&roll, folk, country, blues, un filo di progressive, tanto funk, ritmi caraibico-latini, per finire alla disco anni 70-80. Ce n’è per tutti i gusti.
Come da copione, dopo il primo pezzo molto energico, si passa a contenere un po’ l’energia nei successivi 4 brani e catturare l’attenzione del pubblico non solamente con ritmi freneticamente ballabili.
Vengono eseguite, tra le altre, “Superstar“, uno dei miei brani preferiti dell’ultimo album Night mistakes. “I’ve always been a superstar, and a bad man”, ci propone continuamente la strofa, per sfociare poi in un ritornello che ricorda piacevolmente le sonorità e l’atmosfera  della disco music di fine anni 70, stile soundtrack del celeberrimo “Saturday night fever“.
Ma non c’è solo questo. I Joe Victor ci tengono sospesi anche con “The way of Love” con atmosfere ariose e infinite che un po’ fanno tornare alla mente la spaziosità di Heroes di David Bowie.
È tutto un trucco, la calma prima della tempesta, in quanto poi partono con “Charlie Brown“, uno dei brani più esplosivi dell’ultimo album.
È delirio. Il pubblico non può più contenersi e si scatena sotto i colpi crescenti di questo brano che parte con la carica di Valerio alle tastiere. Il brano fluttua alternando dei crescendo tra strofe e ritornelli.
Il pubblico del 1001 è ormai nelle loro mani.
I Joe Victor concedono un po’ di tregua (ma neanche tanto) con i brani successivi. Molto bella la traccia “Tomi” che personalmente mi riporta alla mente un’atmosfera folk celtica, si può quasi immaginare di essere davanti ad un fuoco nelle campagne della verde Irlanda.
Ma è a questo punto che la band romana suona di nuovo la carica con “Disco Folk Genial“. L’intro di questo brano è particolarmente bello, Guglielmo tiene il pubblico sospeso con la cassa della batteria fissa, ricamata dal basso di Michele che entra in levare ad ogni battuta. Dentro poi synth e voce, la batteria incalza col rullante spostato rispetto alla linea melodica, fino all’esplosione del ritornello, con il basso che galoppa ad ottave raddoppiate tutto mescolato alla perfezione.
Qui, come in molte altre occasioni durante la serata, Giorgio Maria Condemi ci fa apprezzare le sue qualità ritmiche alla chitarra, degne del miglior Rob Harris (Jamiroquai).
Ci stiamo avviando verso la fine del concerto, con la consapevolezza di aver assistito ad un gran bello spettacolo. La band si concede il lusso di uscire di scena per farsi richiamare dal pubblico.
Nella tripletta finale si cimentano nell’unica cover della serata: “The best“.
Canzone scritta da Mike Chapman e Holly Knight, originariamente registrata da Bonnie Tyler nel 1988, meglio conosciuta nel mondo grazie alla famosa versione della intramontabile Tina Turner. Il brano ha un registro vocale parecchio alto, con un cambio di tonalità a salire nella seconda parte. Siamo li’ col fiato sospeso, ma Gabriele non delude, non fa una piega e cattura tutte le note, con degli artigli che sembrano uscire dalla sua voce.
Il concerto si conclude con Goldenation, un altro gran bel brano anch’esso tratto dall’ultimo album.
Due parole finali sui Joe Victor.
Ascoltandoli attentamente si scorgono le radici italiane (come è giusto che sia), nella scelta di alcune armonie e melodie. La grandezza sta nell’aver saputo miscelare le proprie origini ed incastrarle in un contesto più aperto ed internazionale, compresa la scelta del cantato in inglese. Meritano senza dubbio un posto di primo piano nel panorama musicale, e non è un caso che siano riusciti ad arpionare senza difficoltà anche il pubblico straniero.
Well done guys!
Consiglio vivamente di seguirli e se capitano dalle vostre parti, andate a vederli. Non ve ne pentirete.

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