Patrizio Maria - © Federico Ugolini

Patrizio Maria – foto: © Federico Ugolini

Patrí, vuoi fare il cantautore? Mi disse di guardare sempre attraverso il buco della serratura e di apprezzarne l’estetismo e la filosofia. Senza rimorso e senza rimpianto, come un faro giallo nella notte, come un autoclave, un guanto nero di pelle, come un quadro di Goya e un peccato dannunziano. Quel dandismo ironico e quel sarcasmo ozioso di viaggiatore e psicologo, quell’ellenismo e quell’orgoglio bizantino da sfruttare al meglio in mezzo ad una rissa culturale. Ivan Graziani, per tutti il goliardico chitarrista dalla montatura francese rossa Jean Le Font, sulla suola degli anfibi la carta geografica di un Abruzzo di lupi, appennini e ricordi di infanzia. Quel modo tenero e spiazzante di arruolarsi con i sentimenti più antichi e folkloristici. Il rock fatto di sassi e quei baci sfiorati con gli occhi di un fumettista manierista. Camminava in modo simpatico, pestando con il labbro inferiore quella cicca dal fumo aspro di ricordi e storie. Imitava Lennon e citava Dante. Era cosí Ivan: un salotto di Brandy e chiacchiere, riflessioni sociali e starnuti esotici.

Lo conobbi al mare, nella pausa estiva, mi offrí un te’ freddo e volle ascoltarmi. Era curioso, simpatico e umile. Negli anni ho imparato a conoscerlo, frequentarlo e a rispettarlo tantissimo. Mi dava sempre degli utili rimproveri, non ci andava leggero e pretendeva molto da me. Ascoltava quello che scrivevo in modo serio e non si metteva mai in cattedra. Gozzano era la nostra passione, la mia di liceale, la sua di profonda stima e forse riconoscenza. Era uno zio per me, passava dal volgare al dolce stil novo con la leggerezza calviniana di una ballerina bulgara, si contaminava e rideva. Scriveva bene Ivan, era una persona con una grande cultura letteraria e filosofica, storica e musicale.

Era intonato perciò spesso gli dicevo: “ma se ti faccio il solletico, stoni?“, e tra le fossette simpatiche sprigionava un “vaffanculo” perso tra una risata per poi tornare a parlare di Hegel.

Aveva una voce molto intensa, particolare e unica. Non accennava mai al grido, il suo urlo era interno e provocatorio. Spesso gli sottoponevo gli accordatori per chitarra che lui odiava e mi faceva fare tante risate dicendomi che lui aveva le orecchie ma scordava sempre il Si un pochino. Si provavano microfoni e si scrivevano storie. Quando ero nel suo studio e magari mi scappava la pipí, ogni volta ci cascavo, ogni volta un colpo e uno spavento hitchcockiano diverso. Mi giravo velocemente per la sensazione di essere spiato da un qualcosa di misterioso, ed eccole là le bambine perverse, sei corde che si alternavano come danzatrici erotiche del Moulin Rouge spettegolando e dandosi il cambio tra il camerino e una quinta teatrale.

Erano una Gretsch Whitefalcon dei primi 60′, una Rickenbacker 360 o spesso una Telecaster 52′ con la storia e le dita sul legno, poggiate tra la doccia e lo spazzolone, tra la tazza e il lavandino. E se chiedevo – sicuramente spaventato – il perché e quale fosse il motivo di questo gioco pericolante, Ivan ti seccava con una risata da satiro inglese shakespeariano e diceva di averle a disposizione (le chitarre) per i momenti intimi di ispirazione.

Ivan Graziani è stato il cantautore più innovativo e preparato. I suoi riff con le quinte bemolli e quel contrasto con quelle parole dettate da una voce dolce e graffiante. Era rock, era punk, folk e artista, mai banale e scontato. Gli anni passano e la sua scrittura rimane viva e biologica, attuale e cinematografica come una bella pellicola spesso patafisica, surreale e atrocemente viva.

Oggi avrebbe compiuto 70 anni e sinceramente secondo me non sarebbe cambiato nulla. Sarebbe rimasto il solito ragazzaccio con gli occhi buoni, pronto a piegarti con due parole e un assolo di elettrica per poi risollevarti con una pacca sulla spalla e una pasta di crema. Ivan era così, prendere o lasciare, senza compromessi e schieramenti, solo sincero sudore ed un cuore pieno di battiti belli.

Grazie se oggi combatto tra parole, canzoni e chitarre e anche nella merda trovo sempre il deodorante.Ti voglio bene Tatí e come ti risposi tanto tempo fa quando mi chiedesti “da grande cosa vuoi fare?”, ti rispondo nella stessa maniera… trovare il futile nell’incomprensibile e girare le spalle a tutto quello che fa male sputandogli colore. Grazie a te oggi riesco a farlo con il sorriso.

E se il tempo è un soldato straniero, non mi preoccuperó della dinamite e delle sue armi, ma accarezzeró le ferite per cercare di guarirle.

Patrizio Maria

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