Sanremo, separazioni, nuovi compagni, una serenità nuova e la missione del pop: a tu per tu coi Perturbazione.

Li abbiamo incontrati qualche ore ora prima del loro concerto romano che abbiamo raccontato qui

IL NUOVO CORSO

Dopo le arcinote vicende (Sanremo, lo split con Gigi Giancursi ed Elena Diana) si è avuta l’impressione che la vostra vita precedente sia stata un po’ quella di un collettivo/cantiere, e che ora invece somigliate di più a una band, più centrata e “monolitica”. Vi ci riconoscete? Se sì (ma anche se no), in cosa?

Senza dubbio ci siamo trovati con meno teste e… meno testi (ridono), e da lì ci è venuto naturale puntare un po’ meno sulla varietà e più sulla compattezza. Ma la vera novità di questa “nuova vita” è lo scoprirci più sereni. Lo siamo nella vitalità che ricreiamo sul palco, e lo siamo nel rappresentare le vite nostre e di chi ci sta intorno. Ed è una cosa bellissima.

E poi il disco. Se ne parla un po’ come di un “momento della verità” per voi, e curiosamente lo intitolate “Le storie che ci raccontiamo”: un modo per ribadire la vostra vena di raccontatori del quotidiano malgrado i cambiamenti, o c’è dell’altro? Quanto vi siete messi al microscopio e quanto invece parlate “solo” degli altri? 

Esatto, è proprio qui che ti volevamo. È vero, la lancetta di queste canzoni è molto sbilanciata sugli altri. Poi certo, lo sappiamo, inevitabilmente in casi del genere un po’ di te stesso nelle cose ci va a finire sempre e a volte ti prendi proprio lo spazio per parlare di te (pensa a un brano come “Cinico”, a cui siamo molto affezionati), ma in effetti si può dire che stavolta ci sia stata una piccola inversione di tendenza da questo punto di vista.

LA SCRITTURA

Il suono: una delle cose più interessanti è stata andare a indagare il vostro nuovo modo di scrivere. Sembra di trovare uno spartiacque piuttosto netto, di trovarvi più attenti al famoso “andare in sottrazione” di cui si parla sempre nel pop, eppure lo spettro sonoro è rimasto vario e molto studiato. Che tipo di lavoro è stato, e che tipo di continuità c’è con quello che avveniva nelle vostre precedenti incarnazioni?

Come dicevamo prima, l’attuale situazione ci ha permesso di lavorare con una serenità nuova, finora quasi sconosciuta. Grazie a questa “calma” abbiamo potuto far maturare una nuova matrice di suono, effettivamente più snella (e siamo molto soddisfatti del fatto che si noti!), e ci siamo potuti ricordare una cosa che pensiamo da sempre, e cioè che il compito essenziale del pop è quello di disegnare cartoline provenienti dal tuo quotidiano, da poter riguardare quando vuoi.

Le canzoni: Sette dischi non sono un’eternità, ma forse bastano a riconoscere i cambiamenti che il tempo opera sul vostro modo di osservare la realtà. Dieci e più anni fa cantavate un fiore di vent’anni, oggi la stanchezza delle trentenni che fan finta di niente. Come si resiste al rischio del disincanto? Come si decide che valga ancora la pena raccontare una storia sapendo che diventerà una… storia che ci raccontiamo?

Siamo abbastanza convinti che di questi cambiamenti non ci si accorga quasi mai sul momento, ma semmai dopo. Sembra un po’ come quando osservi certe icone pop che lì per lì sembrano palesemente tirate su solo a tavolino, poi le riguardi a distanza di qualche anno e ti accorgi che volenti o nolenti hanno comunque incarnato i piccoli istanti che hanno cantato. E se è così è decisamente una bella fortuna.

EN VIVO

Già a partire dal disco, avete “assoldato” Andrea Mirò: a parte l’incontro “festivaliero”, che tipo di musicista avete scoperto entrando insieme in studio? Quanto e come ha influenzato i vostri processi creativi e quanto invece la preparazione della veste live di questo disco?

Andrea Mirò è una musicista pazzesca! Se la si potesse raccontare in una sola frase, la nostra per lei sarebbe “datemi un diapason e vi solleverò il mondo”! Entusiasmo, carisma sul palco e fascino anche fuori (e un disco in uscita in primavera, che siamo i primi a morire dalla voglia di ascoltare). Finora più che in studio ci ha aiutato nel preparare il live, ma da quel punto di vista oggi come oggi è a tutti gli effetti il quinto Beatl… la quinta Perturbazione, dai.

E veniamo infine ai concerti. Il vostro ultimo tour era stata una sintesi molto ambiziosa tra “Musica X” un “Best of” molto vario e dall’impatto sorprendentemente rock’n’roll. Le vostre prime uscite nella nuova formazione, invece, erano state molto scarne, quasi garage. Ora c’è Andrea. Che ricetta ne verrà fuori?

Ogni tour è una storia a sé, una storia che non finisce mai troppo simile a come inizia. Abbiamo molta voglia di suonare queste canzoni, e crediamo che il loro impatto live sarà bello rock, agile, essenziale. Poi come sempre deciderà il palco. E come sempre sarà una grande festa.

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